La Francia entra nell’ultimo autunno dell’era Macron prima del voto-spauracchio del 18 aprile 2027 coi nervi a pezzi fra piazze agitate, conti pubblici devastati e mercati sempre più in fibrillazione.
Ieri il premier Sébastien Lecornu ha presentato in consiglio dei ministri la legge finanziaria che dovrà passare poi all’esame del Parlamento, proprio mentre la sfiducia dei mercati toccava livelli mai visti nell’Esagono: il tasso sui titoli decennali francesi ha toccato il 4,92 per cento, il livello più alto dal 2002, e lo spread con il Bund tedesco ha raggiunto i 131 punti base. Numeri che si sommano a un debito al 119,3 per cento del Pil nel 2026 e destinato a raggiungere il 121,7 nel 2027, mentre il deficit è al 5,4 per cento, e l’obiettivo di Lecornu di tenerlo nel 2027 dietro la barriera psicologica del 5 appare una chimera.
Insomma, il governo deve rassicurare contemporaneamente francesi, Parlamento e mercati e la manovra illustrata ieri va in questa direzione, anche se assai meno aggressiva di quella evocata qualche settimana fa: le misure di risanamento ammontano a 43 miliardi, che diventano 54 considerando gli effetti di interventi già decisi. Le misure prevedono una rivalutazione limitata delle pensioni, un drastico ridimensionamento del deficit previdenziale, una proroga della tassazione minima del 20 per cento, una riduzione di 1.076 posti nel pubblico impiego, ulteriori strette su spesa sanitaria e amministrazioni locali.
Una finanziaria tutta lacrime e sangue che non sarà facile far approvare anche perché Lecornu non dispone di una maggioranza stabile e il rischio della bocciatura è dietro l’angolo. Il Partito Socialista appare ostile, il Rassemblement National sembra più conciliante ma solo perché non vorrebbe consegnare a Marine Le Pen, data per favorita al voto di primavera, un Paese senza bilancio. In ogni caso si tratta dell’ultima grande battaglia politica del governo prima della conclusione del quinquennato Macron. Macron che, com’è noto, non può ricandidarsi e lascia un vuoto al centro per le destre ma anche per l’estrema sinistra di Jean-Luc Mélenchon. E quando ancora candidature, alleanze e programmi devono chiarirsi, è sui conti dello Stato che si apre la prima battaglia elettorale con vista sull’Eliseo.
