Aveva detto che l’unica cosa a spaventarla davvero era la procedura. Mercoledì pomeriggio la Corte Suprema ha cancellato la sospensione decisa in mattinata, poi in serata l’accelerazione. Christa Pike, chiusa nel carcere di Riverbend, a Nashville, ha cantato con la sua guida spirituale e poi le hanno iniettato il pentobarbital. Due volte. A un certo punto ha chiesto alle guardie se fosse normale sentirsi così: ancora viva. Respirava, russava. Hanno tirato la tenda. Quasi un’ora dopo i testimoni sono stati fatti uscire e la sentivano ancora respirare. Poi un’ambulanza a sirene accese diretta al Vanderbilt University Medical Center.
Il Tennessee doveva giustiziare una donna per la prima volta dal 1819. Non ci è riuscito. Ora l’America si chiede di chi sia la colpa, dello Stato, del boia, del farmacista, di Satana in persona o al contrario della grazia di Dio. Christa in tutto questo sa solo che è viva. Il protocollo del Tennessee prevede quasi tutto. Dice cosa fare se dopo la prima dose il condannato respira: la seconda. Non dice cosa fare dopo. È il punto in cui la burocrazia della morte finisce le pagine. Lì comincia l’improvvisazione: un’ambulanza a sirene accese, un ospedale senza nome, un governatore che a tarda sera annuncia un’indagine. Bill Lee ha usato una parola che spiega tutto. Lo Stato, ha detto, deve eseguire le condanne in modo legale, costituzionale ed efficace. Efficace. Come una caldaia, come un ufficio postale. Il Leviatano rivendica il potere supremo, quello di togliere la vita, e scopre di non avere le mani per farlo. Non è una questione di pietà, è una questione di potere: uno Stato che fallisce l’unico gesto che nessuno può compiere al posto suo. Il medico era lo stesso di maggio, quando per un’ora cercarono una vena nel braccio di Tony Carruthers e poi lasciarono perdere. Gli avvocati di Pike parlano di vene rotte e di farmaco degradato, cose che avevano denunciato in tribunale ad agosto. Il Dipartimento penitenziario giura di aver rispettato ogni passaggio. Può darsi che sia vero. Allora la tragedia è il protocollo. Poche ore prima sei giudici della Corte Suprema avevano detto di andare avanti. Tre avevano scritto che la sua storia meritava uno sguardo più attento. Lo sguardo è arrivato lo stesso, da una barella. Lunedì il governatore aveva negato la grazia. Mercoledì notte ha fermato tutto fino al prossimo anno.
L’America ha già visto questo buio. Nel 1946 la sedia elettrica della Louisiana non riuscì a uccidere Willie Francis, diciassette anni. La Corte Suprema stabilì che si poteva riprovare, e un anno dopo lo rimisero a sedere. Nel 2009 l’Ohio cercò per due ore, con diciotto punture, una vena nel braccio di Romell Broom, poi rinunciò. Lui restò nel braccio della morte altri undici anni, finché a portarselo via fu il Covid. La legge non conosce la grazia del caso. Conosce solo il rinvio.
E adesso non si sa bene come stia Christa, ma è probabile che abbia riportato una lesione cerebrale. Nessuno sa cosa provi chi si sveglia in un letto d’ospedale dopo aver salutato il mondo. Si può solo immaginarlo. Un sollievo che non osa chiamarsi sollievo. Il corpo che ricorda l’ago. La paura che non è finita, solo spostata a un’altra data, a un altro ago, forse a un altro metodo. Nel 2024 era uscita dall’isolamento, lavorava, divideva i pasti con altre detenute. Ora non sa dove la riporteranno. Negli ultimi giorni, raccontano i suoi avvocati, si preoccupava più degli altri che di sé. Aveva detto di temere soltanto la procedura. Aveva ragione lei. C’è un’altra donna che non dorme. May Martinez aspetta da trentun anni che muoia chi le ha massacrato la figlia. Aveva chiesto di vedere la fine prima di morire. Mercoledì sera è tornata a casa senza niente, né giustizia né pace. La pena di morte promette alle vittime di chiudere il conto. A lei ha regalato un’altra notte uguale a tutte le altre. Il Tennessee aspettava da duecento anni di giustiziare una donna. Ha scoperto di non saperlo fare.
