Donald Trump forse è morto, ma il partito democratico è lontano dall’esser risorto. Se, come tutti concordano, il costo del carburante schizzato oltre i quattro dollari al gallone è stato il grande catalizzatore del ribaltone di Midterm allora è difficile immaginare che il partito democratico e la sua rinnovata ideologia progressista abbiano veramente conquistato il cuore e la mente degli americani. Assai più lecito pensare che gli americani abbiano votato con la mano al portafoglio scegliendo di punire un presidente incapace di rispettare le promesse elettorali. Promesse in cui gran parte degli americani ancora confida, nonostante l’incapacità di esaudirle del presidente. Un presidente che invece di archiviare le guerre infinite si è fatto trascinare in un’inutile guerra all’Iran responsabile del blocco di Hormuz e dell’aumento di benzina e diesel. Ma quanti nel 2024 votarono Trump non rinunciano nemmeno a pretendere maggiori vantaggi per l’America negli scambi commerciali con l’estero. O a esigere dagli alleati Nato maggiori contributi alle spese militari. Rifiutano soltanto una guerra dei dazi sopra le righe, madre di una spirale inflazionistica da cui deriva il generale aumento dei prezzi.
E tantomeno desiderano rivedere maree di migranti in arrivo dal Messico. Non tollerano però di assistere alla deportazione immotivata e talvolta violenta di migliaia di migranti ispanici che si erano regolarmente e legittimamente conquistati un posto in America. Insomma le idee di fondo che hanno permesso la nascita del «fenomeno Trump» restano appetibili per gran parte dell’elettorato. È svanita solo la fiducia nel «comandante in Capo» e nella sua capacità di realizzarle. E su questo si giocherà il grande scontro tra democratici e repubblicani che ha come traguardo le presidenziali del 2028. Per sperare di vincerle i primi devono innanzitutto rinunciare all’illusione, cara a esponenti come Bernie Sanders o Alexandria Ocasio-Cortez, di conquistare la Casa Bianca replicando a livello federale i programmi socialisteggianti del sindaco di New York Zohran Mamdani o di Abdul el Sayed, l’islamico di sinistra trionfatore nel voto del Michigan. Per sperare di vincere dovranno trovarsi un candidato allineato non con l’onda progressista, ma con quel fiume perennemente ondeggiante in cui si muove un elettorato indipendente sempre pronto a saltare dalla groppa dell’elefante a quella all’asinello. Altrimenti il rischio sarà quello di ripetere lo scialo del dopo Watergate quando - dopo aver mandato a casa Richard Nixon ed essersi illusi di aver conquistato definitivamente il cuore dell’America - si ritrovarono, in soli sei anni, a fare i conti con il fenomeno Ronald Reagan.
La rinascita dei repubblicani non sarà meno complessa e dolorosa. Quanti come Marco Rubio, JD Vance o altri ancora, si assumeranno la responsabilità di prender le distanze da The Donald e di rimettere insieme le diverse anime del partito repubblicano non avranno davanti un compito agevole. Anche perché il tentativo di riportare all’ovile i tradizionali elettori conservatori smarritisi nel voto di Midterm, quelli Maga delusi dal ritorno alla guerra o le élite dei tecno-titani pronte a finanziare i democratici nell’esclusivo interesse aziendale, dovranno lavorare all’ombra di un incontrollabile presidente del Veto. Un presidente più interessato alla rivalsa nei confronti dei dem di Camera e Senato che non alla rinascita e al futuro del partito.
