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Politica estera

Trump prepara la lista di nemici, sospetti traditori e capri espiatori

Le mosse della Casa Bianca: scaricare colpe su altri. E ora Melania sembra voler puntare al Nobel per la Pace

President Donald Trump speaks before signing an executive order in the Oval Office of the White House Thursday, Nov. 5, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)

Il mondo Maga forse non è finito, ma c’è aria di dismissioni. È martedì. Sono passate da poco le 22 e la East Room è apparecchiata per una festa.

Ci sono i ministri, i consiglieri, gli schermi accesi. Manca una persona sola: il presidente. Trump è al piano di sopra, con la capo di gabinetto Susie Wiles e l’assistente alla comunicazione Natalie Harp. Tutti e tre stanno guardando Fox.

Donald sembra «paralizzato nel silenzio». Melania non c’è.

Si racconta di Marco Rubio, Segretario di Stato, pronto a fare un passo di lato, lontano da Donald, per preparare la sua candidatura alle presidenziali del 2028. C’è l’addio di Harmeet Dhillon, la responsabile della divisione dei diritti civili del Dipartimento Giustizia. È il primo nome di una fuga di cui ancora non si conoscono le dimensioni.

Trump parla ma sembra avere due voci. C’è quella del telefono che chiama Fox e dice: «Congratulazioni ai democratici». E c’è la voce della tastiera, su Truth Social, nelle stesse ore: «Non ero sulla scheda, e se ci fossi stato avremmo vinto a valanga». Le due voci non si contraddicono: si dividono il lavoro. Una serve a far dire che il presidente ha accettato il verdetto. L’altra serve a far sapere ai suoi che il verdetto non lo riguarda. Il disincanto è l’abito di scena; la rabbia è il testo e si organizza in un elenco di colpevoli. Ci sono i candidati che aveva sostenuto e che «hanno litigato con me». C’è il prezzo della benzina, indicato al posto della guerra con l’Iran. C’è Fox News che non ha fatto abbastanza. Poi pubblica la fotografia di un cappellino rosso, come quelli di dieci anni fa, ma con sopra una parola sola: «Veto». Poche frasi dopo: «A un certo punto probabilmente faremo degli accordi». Conta i nemici e pensa che sono «piccoli uomini».

Il nome che pesa di più, però, non si è ancora mosso. Thomas Massie, deputato repubblicano, tiene pronti otto articoli di impeachment contro il capo del Pentagono Pete Hegseth: la guerra all’Iran senza l’autorizzazione del Congresso, il sequestro di Maduro senza averne il potere costituzionale, decine di sospetti trafficanti uccisi nei raid caraibici. A settembre lo speaker Mike Johnson evitò il voto anticipando di un giorno la pausa elettorale. Adesso Massie dice che c’è un solo modo per non ripresentarli: che Hegseth si dimetta. La settimana prossima si riunisce il Congresso uscente, maggioranza repubblicana sottilissima, e dentro ci sono decine di deputati che martedì hanno perso il seggio. Gente che non deve più niente a nessuno. E parecchi repubblicani, racconta la Cnn, cominciano adire che fu lui a convincere Trump ad attaccare senza una via d’uscita.

Trump passerà i prossimi due anni sulle barricate e, per paradosso, una pazza idea in testa, assurda, surreale: il premio Nobel per la Pace. È più facile che vada a una donna, che ha appena scritto una lettera per Zelensky e una per Putin. La tregua di Oleshky, scrive, è troppo fragile, per favore creiamo qualcosa di più duraturo. La firma è di sua moglie, Melania. Martedì sera, al piano di sopra, lei non c’era.

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