Il passaggio dalla poesia della campagna elettorale alla prosa del governo non è mai tenero per chi entra nel mondo della politica e realizza come vengono davvero fatte le salsicce. Questa legge della fisica politica, almeno sin qui, sembrava non doversi applicare nei confronti di Zohran Mamdani, entrato in carica come sindaco di New York ad inizio anno. Il giovane musulmano socialista democratico che aveva spaventato rivali e una parte della sinistra moderata americana aveva superato senza troppe sbavature i primi scogli del suo mandato raccogliendo persino qualche complimento (incredibile a dirsi) da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Sin qui, abbiamo detto, perché più che dall’opposizione dei repubblicani, Mamdani deve adesso vedersela con i suoi sostenitori pro-Pal (o sarebbe il caso di dire ex) delusi dal modo in cui negli ultimi giorni il sindaco ha cercato di gestire sia le critiche rivolte al governo israeliano per le sue operazioni militari nella Striscia di Gaza (uno dei let motiv della sua campagna elettorale) sia il ricordo della strage condotta da Hamas il 7 ottobre 2023.
Tutto è cominciato proprio in occasione dell’anniversario del più grave attacco terroristico contro Israele in occasione del quale il sindaco ha sollevato forti perplessità pronunciando una dichiarazione incentrata più sulla condanna della reazione di Tel Aviv che sul ricordo del pogrom. L’intervento di Mamdani, che ha scontentato tutti, è stato fischiato da un gruppo di manifestanti pro-Pal che lo hanno accusato di essere un traditore della loro causa.
Dando conto della spaccatura nella base di Mamdani, il New York Times ha sottolineato che l’inevitabile delusione tra i sostenitori di ogni sindaco è notevole perché le proteste sono arrivate proprio su una questione per la quale il socialista ha ripetutamente e ostinatamente speso il suo capitale politico, rischiando la sua reputazione tra gli elettori moderati pur di rimanere allineato con gli attivisti. Che però, scrive il quotidiano della Grande Mela, adesso gli chiedono di più.
Sempre il New York Times definisce la rabbia nei confronti di Mamdani manifestata dal movimento pro-Pal come il primo banco di prova per la sinistra in generale per dimostrare come tiene a bada i suoi agitatori, “persino con un ex agitatore dichiarato al comando”. Il quotidiano liberal non manca di evidenziare che le proteste contro Mamdani arrivano in un momento in cui i democratici, e in particolare i socialisti, si stanno confrontando con il problema di come conciliare il loro rapido exploit con una coalizione così “esuberante e avversa alle gerarchie”. E, oltre alla situazione nella Striscia di Gaza, altri temi che rischiano di accendere lo scontro tra i membri della base sono le forze dell’ordine, l’edilizia abitativa e i rapporti con l’amministrazione Trump.
Certo, i sostenitori di Mamdani hanno sminuito le tensioni, sostenendo che a protestare contro il socialista è stata una fazione estremista in cerca di attenzioni ed è vero anche che molti attivisti filo-palestinesi hanno preso le difese del sindaco. La parte difficile per il primo sindaco musulmano della Grande Mela sembra comunque essere arrivata e l’opinione pubblica degli Stati Uniti, alla vigilia delle elezioni di metà mandato, guarda anche a New York per capire se la nuova sinistra americana merita una chance oppure no.