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Politica estera

Eisenkot riunisce i suoi. Paletti e veti incrociati: unità nazionale lontana

Il leader di opposizione non vuole disattendere la promessa di spodestare Netanyahu. L’alleato di destra Lieberman: “Né con Bibi né Tibi e i suoi arabi”

A pedestrian passes a campaign billboard featuring Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu, left, and his main rival, opposition candidate Gadi Eisenkot, with a message in Hebrew that reads "The race is tight," Friday, Oct. 23, 2026, in Tel Aviv, Israel. (AP Photo/David Goldman)

Le elezioni israeliane non hanno decretato un vincitore chiaro. Né Benjamin Netanyahu (53 seggi) né Gadi Eisenkot (48) hanno ottenuto la maggioranza nel Parlamento. Si prospettano trattative difficili, o addirittura una situazione di stallo, con la concreta possibilità di una nuova tornata elettorale. Se la coalizione del leader dell’opposizione Eisenkot però includesse entrambi i partiti arabi, la Lista Unita e Ra’am (19 seggi), otterrebbe una maggioranza significativa alla Knesset. Ma Eisenkot ha respinto alleanze con partiti che non sostengono il carattere ebraico di Israele o la sconfitta di Hamas, punto debole delle due formazioni. Molti dei suoi elettori potrebbero vedere questa alleanza come una promessa elettorale non mantenuta, un dato importante dal momento che nuove elezioni potrebbero essere imminenti. Un’altra possibilità per il blocco di Eisenkot è quella di escludere i parlamentari arabi dalla coalizione, ma ottenere il loro consenso a sostenere un governo di minoranza. Ma la domanda è: questi partiti accetterebbero di appoggiare un esecutivo del quale non farebbero parte? Mentre un governo di unità nazionale guidato da Netanyahu e Eisenkot potrebbe di certo ottenere una maggioranza chiara. Ma sarebbe per Eisenkot rinnegare la sua campagna elettorale sulla necessità di spodestare Bibi. E anche Netanyahu potrebbe non essere propenso a condividere il potere con i suoi acerrimi nemici, abbandonando gli attuali alleati.

Sul fronte opposto iniziano già i primi movimenti e problemi. Yair Golan, leader del partito di sinistra «I Democratici», ha incontrato i vertici di altre formazioni, tra cui Eisenkot e Yair Lapid. Mentre Avigdor Lieberman, ex alleato di Netanyahu ora all’opposizione, avrebbe interrotto i contatti con gli altri leader del «blocco del cambiamento» ma resta fermo nella sua promessa di non entrare in un governo guidato da Netanyahu e di non sostenere un governo di minoranza che dipenda dai partiti arabi: «Né con Bibi né con Tibi», ha detto indicando il nome del leader della Lista araba unita. Tutto è in movimento. I partiti di opposizione starebbero valutando di sfruttare la maggioranza parlamentare alla Knesset per sostituire Ohana, l’attuale presidente dell’assemblea, con Lapid. Ciò consentirebbe al blocco anti-Netanyahu di promuovere una commissione d’inchiesta statale sui fallimenti legati agli attacchi del 7 ottobre 2023 e di abrogare le leggi sulla riforma del sistema giudiziario introdotte dall’attuale governo. Ma i giochi sono appena iniziati. Partiti o persino singoli parlamentari del blocco di opposizione potrebbero essere convinti a sostenere un governo guidato da Bibi. Eisenkot potrebbe invece cercare l’appoggio dei due partiti ultraortodossi, storici alleati di Netanyahu ma non privi di motivi di risentimento nei suoi confronti. Impresa complessa, dato che l’opposizione si è da tempo battuta contro le esenzioni dal servizio militare concesse agli uomini haredi. Tutte le trattative per andare a buon fine richiederanno compromessi ideologici e alleanze scomode. O si tornerà alle urne.

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