Nel giorno della morte di Tinto Brass, scusate se guardo il lato B delle elezioni americane. Ma questo lavoro qualcuno lo dovrà pur fare. Se ne sentono delle belle, ma il voto negli Usa era prevedibile sia per la data, scritta nella Costituzione, sia per l’esito scritto nel destino. Un esito che smentisce sia Donald Trump sia chi corre a seppellirlo. I democratici conquistano il Congresso, e la sconfitta del presidente è netta. Ma trasformarla nella conversione dell’America al progressismo è un esercizio di fede, più che di analisi. È il paradosso di queste elezioni: Trump potrebbe aver perso non perché troppo trumpiano, ma perché non lo è stato abbastanza. Aveva promesso di prosciugare la palude di Washington; la palude è rimasta. Aveva promesso meno apparati, meno guerre, più attenzione agli americani; il bilancio, dall’Iran al costo della vita, ha deluso una parte della coalizione. Così i dem hanno raccolto un voto di protesta che non equivale a un’adesione al loro programma. Il malcontento non ha tessera di partito e una maggioranza parlamentare non è automaticamente una maggioranza culturale. Trump ha perso una battaglia decisiva. Ma sarebbe un errore confondere la sua sconfitta con una vittoria delle idee di chi lo combatte.

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