Il miracolo economico cinese ha creato una nuova classe di ricchi. C’è solo un piccolo problema: di recente, mentre il governo di Xi Jinping rafforza il controllo politico e insiste sulla “prosperità comune”, una parte dell’élite locale guarda sempre più all’estero. Non si tratta di una semplice fuga dal fisco o dalla politica ma della necessità di trovare un ambiente più prevedibile e meno pericoloso rispetto a quello presente oltre la Muraglia.
La fuga all’estero delle élite cinesi
Il fenomeno ha molte ragioni e non riguarda soltanto i miliardari. Come ha scritto su Foreign Policy la ricercatrice Yaqiu Wang anche persone benestanti e con carriere consolidate in Cina pensano sempre più spesso di partire per motivi apparentemente lontani dalla politica. Wang cita il caso di un’amica, nata e cresciuta a Pechino, che nel 2018 ha visto un uomo avere una crisi in strada: diverse persone gli sono passate accanto senza intervenire. Secondo la stessa Wang, episodi simili riflettono un problema più ampio: la diffidenza tra estranei, la paura di essere coinvolti in controversie e la sensazione che i rapporti personali e le conoscenze contino più delle regole.
È così che negli anni è nato anche il termine runxue, una sorta di “scienza della fuga” dalla Cina. Chi parte non indica necessariamente libertà e democrazia come prima motivazione. Più spesso parla di vita quotidiana, fiducia, rapporti professionali e possibilità di costruire relazioni senza dover sempre interpretare le intenzioni degli altri.
Il futuro dei patrimoni
A spingere i ricchi verso l’uscita c’è anche una causa molto più concreta: la Cina sta entrando nell’epoca della grande successione dei patrimoni. Come ha osservato l’Economist, negli ultimi cinquant’anni la ricchezza delle famiglie cinesi è esplosa, passando da livelli minimi alla vigilia delle riforme di Deng Xiaoping a circa 170mila dollari medi per nucleo familiare in termini reali.
Ma la ricchezza è concentrata: il 10% più ricco possiede quasi il 70% del patrimonio privato del Paese. E quei grandi patrimoni stanno per passare alla generazione successiva. Il fenomeno è relativamente nuovo, perché la possibilità di accumulare grandi fortune private e possedere immobili su larga scala si è affermata soprattutto dagli anni Novanta.
Nel frattempo, molti dei grandi patrimoni sono concentrati nelle mani di persone anziane e, dopo decenni di politica del figlio unico, possono finire nelle mani di un solo erede. Il risultato è la formazione di una vera e propria élite ereditaria.
Xi e la prosperità comune
È qui che il pugno duro di Xi incontra il problema dei soldi. La leadership cinese parla da anni di “prosperità comune” e di una distribuzione più equilibrata della ricchezza, ma il sistema fiscale non sembra ancora preparato a gestire questa nuova concentrazione dei patrimoni. La Cina non dispone infatti di una vera imposta sulle successioni né di una tassa patrimoniale ricorrente sugli immobili, mentre la tassazione delle plusvalenze presenta numerose eccezioni.
Il nodo è anche politico: introdurre controlli più severi sulla ricchezza significherebbe obbligare cittadini, imprenditori e funzionari a rendere più trasparenti i propri patrimoni. Per il Partito comunista sarebbe un passaggio delicato, soprattutto in un Paese nel quale il confine tra potere politico, interessi economici e patrimonio personale può essere difficile da tracciare.
E per i grandi ricchi la prospettiva è altrettanto poco rassicurante: se Pechino decidesse di intervenire sulla ricchezza accumulata, avere parte del patrimonio fuori dalla Cina potrebbe diventare una forma di protezione. È una delle ragioni per cui la possibilità di trasferire denaro, investimenti e famiglia all’estero assume un valore sempre maggiore.
Una nuova epoca?
L’epoca in cui l’imprenditore poteva accumulare enormi fortune contando soprattutto sulla crescita economica è finita. Oggi in Cina il successo deve convivere con la prudenza politica, con la necessità di mantenere un profilo pubblico basso e con la consapevolezza che il rapporto con il Partito può diventare decisivo.
Il caso di Jack Ma, costretto a ridimensionare la propria esposizione pubblica dopo lo scontro con le autorità, è diventato il simbolo di questa nuova fase. Allo stesso tempo, la frenata dell’economia e la crisi immobiliare hanno ridotto la sicurezza patrimoniale di una parte della classe media, mentre i grandi patrimoni, più diversificati, hanno resistito meglio.
Il controllo dello Stato e la riduzione dello spazio per la società civile hanno inoltre contribuito a creare una società più atomizzata, nella quale le persone possono sentirsi isolate anche vivendo in città efficienti, ricche e tecnologicamente avanzate. Le autorità possono aumentare la sorveglianza, imporre regole e garantire ordine, ma non possono produrre automaticamente fiducia.
Per questo alcuni membri delle élite scelgono di partire pur sapendo che all’estero troveranno servizi peggiori, treni meno efficienti e costi più alti. Cercano soprattutto prevedibilità: per i loro soldi, per il lavoro, per i figli e per la vita privata. È il paradosso della Cina di Xi: il Paese continua a offrire infrastrutture, tecnologia e opportunità difficili da trovare altrove, ma proprio una parte di coloro che hanno beneficiato maggiormente della sua ascesa comincia a chiedersi se il prezzo da pagare della ricchezza non sia diventato troppo caro.
