Ormai non se ne può più. Come ogni settembre siamo costretti ad assistere al teatrino dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Un teatrino dell’assurdo dove i rappresentanti di singole nazioni e grandi potenze espongono tragedie, drammi e ingiustizie che gli impotenti, irrilevanti e ormai squattrinati burocrati «onusiani» non sanno, né possono risolvere. La rappresentazione ha raggiunto l’apice del surreale lo scorso martedì quando Donald Trump si è arrogato il merito di aver risolto otto guerre. Un merito sicuramente esagerato, ma che ci costringe, come molte esagerazioni del tycoon, a fare i conti con la realtà. E la realtà in questo caso è assai amara. Perché chi aveva il precipuo compito di affrontare quei conflitti e cercare di risolverli non era il pasticcione, vanaglorioso e arrogante (ma aggiungetevi pure il peggio che vi pare) inquilino della Casa Bianca, bensì l’illuminata istituzione sovranazionale e multilaterale dell’Onu. Nella realtà però i burocrati del Palazzo di Vetro non hanno mosso un dito né per fermare la guerra in Ucraina, né quella di Gaza, né le altre sette a cui ha cercato di metter mano il Presidente statunitense. Il perché è semplice. Le Nazioni Unite, alla vigilia del loro 81mo compleanno, sono un’istituzione anacronistica e prossima alla bancarotta.
I due problemi sono uno la conseguenza dell’altro. La madre di tutti i problemi alligna però all’interno del Consiglio di Sicurezza. Lì le scelte delle cinque potenze con diritto di veto (Usa, Cina, Russia Francia, Gran Bretagna) sono in aperta contrapposizione e condannano all’immobilità il centro decisionale del Palazzo di Vetro. A comprovare il vetusto anacronismo del Consiglio di Sicurezza contribuisce anche il fatto che al suo interno manchi una rappresentanza permanentemente di quell’India e quell’Africa dove vivono oggi oltre 3 miliardi di persone pari a circa il 37 per cento degli 8,3 miliardi di abitanti del pianeta. In compenso i singoli Paesi africani - e soprattutto quelli alleati di una Cina abilissima nell’usare l’Onu per promuovere i propri interessi e nascondere le proprie malefatte (il Covid insegna) esprimono una buona percentuale dei burocrati in forza all’Onu. Burocrati largamente in sovrannumero, ma pagati in media il 17 per cento in più rispetto ai funzionari che svolgono analoghe funzioni all’interno delle istituzioni americane. «L’Onu - spiegava mesi fa un funzionario del Dipartimento di Stato Usa continua a pagare il suo staff molto di più del personale americano in posizione analoga, garantisce pensioni e benefit inaccettabili ed ha aumentato del 30% i burocrati impiegati a New York...oltre ad aver speso nel 2025 oltre 340 milioni di dollari in incontri e conferenze». Uno scialo che ha spinto l’Amministrazione Usa, chiamata in teoria a garantire il 22% del bilancio ordinario Onu, a bloccare i pagamenti. E così ora sull’inutile teatrino rischia di calare il sipario di un’irrimediabile bancarotta.
