Sessantuno conflitti armati nel mondo, cinque in più rispetto allo scorso anno. È da questo numero che Antonio Tajani parte davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite per tracciare la linea della politica estera italiana in un mondo che, nelle parole del ministro degli Esteri, sta assistendo alla progressiva erosione dell’ordine internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale. “Non dobbiamo abituarci alla guerra”, avverte raccogliendo il monito di Papa Leone XIV. Perché prima ci si abitua alle parole, poi alle immagini e infine alle vittime. La risposta italiana, sostiene il vicepremier, deve essere quella della diplomazia. “Contro la legge del più forte, scegliamo la forza della legge. Contro la politica della forza, scegliamo la forza della politica”. Una formula che declina sui principali dossier internazionali, dall’Ucraina al Medio Oriente fino alle nuove tensioni nel Golfo. Su Kiev la posizione resta quella del sostegno all’Ucraina dopo l’aggressione russa. L’Italia continuerà ad appoggiarla “per tutto il tempo che sarà necessario”, mantenendo però come obiettivo una pace giusta e, in prospettiva, il ritorno della Russia al ruolo di interlocutore e non di minaccia per l’Europa. Il primo passo resta il cessate il fuoco. Parallelamente Roma guarda con preoccupazione alle minacce ibride russe contro i Paesi europei e chiede a Mosca, membro permanente del Consiglio di Sicurezza, di assumersi le proprie responsabilità. Lo stesso equilibrio tra fermezza e dialogo viene rivendicato sul Medio Oriente. Per il governo italiano la strada resta quella dei “due popoli, due Stati”. A Gaza, dove la tregua ha frenato i combattimenti senza mettere fine alla sofferenza della popolazione, chiede che gli aiuti umanitari possano entrare senza ostacoli e che il disarmo di Hamas diventi realtà. Ricorda quindi Food for Gaza, l’accoglienza in Italia dei bambini palestinesi feriti e l’apertura di università e centri di ricerca ai giovani palestinesi. Ma il fronte mediorientale non si esaurisce nella Striscia. Chiede a gran voce la riapertura dello Stretto di Hormuz e sollecita l’Iran ad abbandonare ogni minaccia nucleare e ogni politica aggressiva verso gli altri Paesi della regione. “Devono cessare gli attacchi alla navigazione nel Mar Rosso”, afferma, collegando la sicurezza delle rotte commerciali alla vita quotidiana di famiglie e imprese. Le crisi lontane solo apparentemente, sottolinea il ministro, finiscono infatti per pesare sui prezzi dell’energia, del grano, dei fertilizzanti e dei prodotti alimentari. Dentro lo stesso disegno entra l’Africa. Si parla del Piano Mattei, che coinvolge 18 Paesi e che viene presentato come un modello di cooperazione fondato su rapporti paritari nei settori dell’agricoltura, dell’energia, della formazione, delle infrastrutture e della farmaceutica. Una strategia che il governo lega anche alla gestione dei flussi migratori, accordi con i Paesi di origine e transito per contrastare l’immigrazione irregolare, formazione e inserimento lavorativo per favorire quella regolare. Poi c’è l’intelligenza artificiale. Il ministro mette in guardia dal rischio di nuove disuguaglianze, dipendenze e concentrazioni di potere, fino all’impiego di automatismi capaci di prendere decisioni senza un effettivo controllo umano. Ma rifiuta anche l’idea di frenare l’innovazione con “gabbie burocratiche”. Poi torna a guardare la platea, l’Onu, sostiene che, non può limitarsi a registrare le divisioni del mondo, ma deve tornare ad avere la capacità di decidere e di agire. L’Italia chiede per questo un Consiglio di Sicurezza più rappresentativo e responsabile, senza trasformarlo in un “club ancora più esclusivo”, e ribadisce il proprio impegno per una moratoria universale sulla pena di morte e per la tutela dei diritti delle donne. Il filo che attraversa l’intero intervento resta però quello della pace. Non come condizione acquisita, ma come costruzione politica da rinnovare ogni giorno. “La mia generazione è nata in un continente che aveva conosciuto due guerre mondiali e ha poi vissuto il più lungo periodo di pace della sua storia”, ricorda. Un risultato che non fu un miracolo, ma una scelta. E il messaggio portato dall’Italia a New York si chiude proprio lì: “La pace non è un’eredità acquisita una volta per tutte. È una responsabilità quotidiana”.

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