L’exploit dell’Afd in Sassonia dice molto di più sui cambiamenti della Germania (e dell’Europa) rispetto a quanto vorrebbe lasciar intendere chi si affretta a liquidare il partito di Alice Weidel come «neo nazista».
Sgombriamo il campo da ogni fraintendimento: il partito di Alice Weidel non è una forza politica conservatrice néa dirla tutta, di destra tradizionale ma rappresenta qualcosa di più complesso. Le ragioni del suo successo affondano le proprie radici in una crisi strutturale del modello tedesco, dall’immigrazione incontrollata alla crisi industriale passando per quella identitaria fino al crescente divario tra la Germania dell’Ovest con quella dell’Est. L’Afd nasce nel 2013 come scissione della CDU in contrasto alle politiche economiche dell’eurozona con una linea sovranista, di contestazione agli aiuti ai paesi del sud Europa e di uscita o perlomeno riforma dell’euro. La svolta avviene però nel 2015. Non si tratta di un anno qualsiasi ma del momento in cui Angela Merkel, a causa della guerra in Siria, accoglie un milione di immigrati giustificando la sua decisione con la necessità di forza lavoro per l’industria tedesca. Si tratta di uno choc per la società tedesca che cambia il proprio tessuto sociale accentuando i problemi di sicurezza e di integrazione. È in questo frangente che l’Afd cambia il proprio dna puntando sul tema dell’immigrazione come uno dei propri cavalli di battaglia.
Il contrasto all’immigrazione irregolare e a un modello basato sul multiculturalismo diventano così i temi forti del partito che identifica nell’Islam una delle principali minacce all’identità tedesca. Al tempo stesso il contrasto al woke, al politicamente corretto, al gender diventano argomenti da cavalcare politicamente. Ma è nella crisi sociale e industriale che l’Afd trova il terreno fertile. Non è un caso che in Sassonia e nei land orientali, dove le conseguenze della deindustrializzazione tedesca si fanno sentire di più, che il partito ha i risultati più alti intercettando un elettorato popolare che in passato votava per i socialisti ma che si è sentito tradito dalla sinistra e dal sistema. È proprio nelle pulsioni anti sistema, nel contrasto all’establishment e ai partiti tradizionali rappresentati dalla Cdu, dall’Spd e dai Verdi (la cui risposta è stata un cordone sanitario politico) che AFD trae vantaggio intercettando il malcontento di una fetta crescente del popolo tedesco che si è sentito abbandonato dalla politica. A queste posizioni Alice Weidel unisce una politica estera critica alle sanzioni verso la Russia e di messa in discussione alla fornitura delle armi all’Ucraina. Una visione che si unisce a quella della grande Germania guardando non tanto al nazismo quanto a figure come Otto von Bismarck e il Kaiserreich del 1871 insieme a una riscoperta della tradizione tedesca faustiana di Goethe, Schiller, Kleist e al romanticismo di Novalis.
Un’identità culturale che ruota attorno all’idea di Leitkultur basata su lingua, tradizioni, cristianesimo, umanesimo e diritto romano come fondamenta del popolo tedesco. Una visione che si può non condividere ma che, anche alla luce dei risultati elettorali, non si può né pensare di sottovalutare.
