L’11 settembre 2001 furono conteggiate nell’immediato 2.977 vittime, compresi i passeggeri a bordo dei quattro aerei dirottati. La maggior parte di loro, circa 2.700, morì all’interno delle Torri Gemelle, compresi 343 vigili del fuoco che avevano salito diverse rampe di scale trascinando le loro pesanti manichette per raggiungere l’incendio che li avrebbe uccisi. Da allora almeno altre 9.000 persone che si trovavano a Manhattan quel giorno sono morte per malattie respiratorie causate dalla fatale contaminazione dei loro polmoni con la letale miscela di cemento polverizzato e carburante per aerei.
Khalid Sheikh Mohammed, l’organizzatore degli attentati dell’11 settembre nacque nel 1965 nel prospero e pacifico Kuwait, ma a 16 anni aderì alla Fratellanza Musulmana, la cui ideologia islamista precedeva il conflitto arabo-israeliano e il cui eterno nemico era ed è tuttora la civiltà occidentale, colpevole di non essere inferiore al mondo islamico, come Maometto aveva promesso. Nel 1983 ottenne un visto per studiare negli Stati Uniti e in un’oscura università del Sud ottenne una prima laurea in ingegneria nel 1986, più che sufficiente per ottenere un lavoro presso il Ministero dell’Elettricità e dell’Acqua del Qatar. Evidentemente i suoi superiori non si opponevano ai suoi frequenti viaggi nella sua vera professione, quella di organizzatore di attentati terroristici, anche se la Jihad era tutto ciò di cui parlava con i colleghi.
Il più grande dei suoi attentati doveva essere l’operazione Bojinka. Cinque uomini avrebbero dovuto imbarcarsi su 12 diversi voli intra-asiatici nello stesso giorno, lasciando su ciascun aereo una bomba nascosta, programmata per esplodere sul volo seguente dopo che si fossero messi al sicuro. Con una media di 400 persone per volo, Mohammed calcolò che sarebbero morte circa 5.000 persone, tra cui molti americani insieme a passeggeri asiatici di varie nazionalità. Nel dicembre 1994 una bomba di prova con appena il 10% di esplosivo, nascosta a bordo del volo 434 della Philippine Airlines, esplose uccidendo un passeggero giapponese ma senza distruggere l’aereo. All’epoca, Mohammed non era affatto concentrato sul conflitto arabo-israeliano. Fu solo dopo essere stato catturato in Pakistan nel 2003, quando si rese conto che i suoi interrogatori della Cia erano ossessionati dal conflitto arabo-israeliano, che lo menzionò come fattore motivante come fece Osama Bin Laden, ma solo dopo aver ascoltato le reazioni dei media mondiali all’11 settembre. Dalle sue lettere sequestrate sappiamo che in realtà a motivare Bin Laden ad attaccare gli Stati Uniti fu l’arrivo di camioniste americane sudate sul suolo arabo, quando le forze Usa reagirono all’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein nel 1990.
Secondo stime molto approssimative i terroristi hanno ucciso più di 240.000 persone dall’11 settembre 2001, la maggior parte in Paesi musulmani, compresi gli sciiti uccisi dallo Stato Islamico in Siria e Iraq. Negli Stati Uniti gli
estremisti islamisti hanno ucciso tra 121 e 141 persone, in Europa gli attentati ai treni di Madrid del marzo 2003 uccisero 191 persone, quelli di Londra del luglio 2005 52 e gli attentati di Parigi del novembre 2015 130, con altre 86 uccise sulla passeggiata sul mare des Anglais di Nizza l’anno successivo.
Ma il numero più interessante è il bilancio delle vittime italiane del terrorismo islamico: zero. In un Paese con molti musulmani e confini molto permeabili questo riflette la grande lezione appresa dal terrorismo delle Brigate Rosse: tolleranza zero. In Europa la maggior parte degli assassini islamisti era stata precedentemente interrogata dalla polizia per vari motivi, il più delle volte minacce verbali. In Italia, una volta identificata una minaccia, una rapida espulsione verso il Paese d’origine è il metodo preferito, oppure la reclusione con l’accusa più probabile che venga accettata da un giudice. In Francia, al contrario, quando un jihadista uccide, la polizia si vanta rapidamente di sapere tutto su di lui, presentando un resoconto dettagliato dei suoi spostamenti, minacce e aggressioni come se fossero biografi e non poliziotti. Molti in Europa sarebbero ancora vivi se il metodo italiano fosse fedelmente copiato, perché per un bilancio delle vittime zero è un numero bellissimo.
