Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 06:45
Politica estera

Israele, l’incubo delle elezioni del 1992 torna ad agitare la destra

La sconfitta di Shamir, il ritorno dei laburisti al governo e la strada aperta agli accordi di Oslo. A 34 anni di distanza, Netanyahu teme che le divisioni del fronte conservatore possano ripetere la storia

A poster depicts an image of Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu, left, and his main rival, opposition candidate Gadi Eisenkot, leader of the Yashar ("Straight") party along a pedestrian path, Monday, Oct. 26, 2026, in Tel Aviv, Israel, ahead of the country's general election tomorrow. (AP Photo/David Goldman)

Era il 23 giugno del 1992 quando la destra israeliana perse il potere e Yitzhak Rabin riportò i laburisti alla guida del Paese. La sconfitta segnò profondamente la storia politica del Paese e, a distanza di 34 anni, continua a rappresentare un precedente non di poco conto per il Likud di Benjamin Netanyahu. A pagare il prezzo fu l’allora primo ministro Yitzhak Shamir, che guidava il governo dal 1986 e che si ritrovò davanti un elettorato conservatore diviso, mentre il Paese attraversava una fase di forti tensioni politiche e sociali. Israele infatti arrivava a quelle elezioni dopo anni difficili. La prima Intifada palestinese, scoppiata nel 1987, aveva alimentato gli scontri nei territori occupati e riaperto il dibattito sul futuro dei rapporti con i palestinesi. Nel frattempo, il governo Shamir era entrato in crisi e il Likud aveva perso parte del consenso che gli aveva permesso di restare al potere. Poi c’era Rabin, già primo ministro negli anni Settanta ed ex capo di Stato maggiore dell’esercito, si presentava come l’uomo capace di garantire sicurezza. Ma a pesare sul risultato fu anche la frammentazione della destra. Alcune formazioni nazionaliste, contrarie alla linea di Shamir, decisero di presentarsi autonomamente alle elezioni. Tra queste c’erano Tehiya e Moledet (l’ala più intransigente dello schieramento conservatore). Alla fine Tehiya rimase sotto la soglia di sbarramento dell’1,5%, facendo disperdere migliaia di voti che non si trasformarono in seggi. Il Partito laburista conquistò 44 seggi alla Knesset, contro i 32 del Likud. Rabin riuscì a formare una coalizione di governo con Meretz e Shas, mettendo fine alla stagione politica di Shamir. Non fu soltanto un cambio di maggioranza. Quella vittoria aprì una fase destinata a cambiare la storia del Medio Oriente. Nel settembre del 1993, poco più di un anno dopo le elezioni, Rabin e il leader dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, Yasser Arafat, si strinsero la mano sul prato della Casa Bianca, alla presenza del presidente americano Bill Clinton. Era la firma degli accordi di Oslo, che prevedevano il riconoscimento reciproco tra Israele e Olp e l’avvio di un percorso di autonomia palestinese. Un passaggio accolto con speranza da una parte della società israeliana, ma duramente contestato dalla destra nazionalista, che considerava quelle concessioni un rischio per la sicurezza del Paese. Il clima politico si fece sempre più acceso, fino al 4 novembre del 1995, quando Rabin venne assassinato a Tel Aviv da Yigal Amir, un estremista contrario al processo di pace. La morte del premier segnò uno dei momenti più drammatici della storia dello Stato ebraico. L’anno successivo, nel 1996, Netanyahu vinse le elezioni dirette per la carica di primo ministro, riportando il Likud al governo. È questa la sequenza storica che oggi torna nel loro dibattito politico. Per Netanyahu, il 1992 rappresenta soprattutto il rischio di una destra che finisce per indebolirsi a causa delle proprie divisioni. Un pericolo reso ancora più reale dall’attuale sistema elettorale, che prevede una soglia di sbarramento del 3,25%, più del doppio rispetto a quella in vigore all’epoca. Per questo motivo il primo ministro ha pensato bene di invitare le formazioni della destra a evitare una nuova dispersione di consensi. Perché nella memoria politica del Likud il 1992 non è soltanto l’anno di una sconfitta elettorale, ma l’inizio di una stagione che cambiò gli equilibri del Paese e aprì la strada agli accordi di Oslo. Una storia che Netanyahu non vuole ripetere.

Commenti