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Politica estera

Israele senza maggioranza. L’ipotesi di unità nazionale

Patto Eisenkot-arabi o accordo di rotazione fra Netanyahu, il generale e Bennett per escludere gli estremisti. Ma il premier potrebbe puntare a “rubare” pezzi agli avversari

Gadi Eisenkot, leader of the Yashar ("Straight") party, waves to supporters after the release of the first exit poll results in Israel's general election in Tel Aviv, Israel, Tuesday, Oct. 27, 2026. (AP Photo/Ariel Schalit)

Benjamin Netanyahu punta il dito sui partiti arabo-israeliani, accusandoli tramite il suo partito Likud di aver «rubato» il voto e di «sostenere il terrorismo», tanto da chiedere un’indagine sulle presunte frodi. Il leader rivale Gadi Eisenkot parla già da capo del governo: «Agirò per un governo del cambiamento sionista e per la leva militare», promette riferendosi sia agli ultraortodossi che agli arabi, esentati dall’obbligo. Il leader dei Democratici, Yair Golan, esorta l’alleato Eisenkot a unirsi ai palestinesi d’Israele, convinto che il popolo abbia «mandato a casa il governo» di Bibi. Loro, gli arabo-israeliani della Lista Unita e di Raam, ago della bilancia con i rispettivi 12 e 7 seggi, per un totale di 19 che segna un successo storico, si dicono pronti all’appoggio esterno a un governo di opposizione che mandi a casa Netanyahu. È la conferma che il day-after delle elezioni post 7 ottobre in Israele è solo l’inizio di un travagliato viaggio per approdare a un nuovo esecutivo, con tre scenari plausibili: governo anti-Bibi con l’aiuto degli arabi e Eisenkot premier, governo di unità nazionale per superare la crisi, fino al ritorno alle urne se non si trovasse la quadra, come tra il 2019 e il 2022, quando si votò cinque volte. Nel caos, non è escluso tuttavia un governo pro-Bibi con partiti che disertano il blocco originale. Qualcuno già sospetta di Avigdor Lieberman, leader della destra laica che si è unito alla coalizione anti-Bibi ma in queste ore ha tagliato i contatti col gruppo.

Tutta colpa di quel 48 a 53 a favore del blocco pro-Netanyahu, che con lo scrutinio ormai quasi definitivo ha ribaltato gli exit poll, piazzando in testa la coalizione di destra del primo ministro, senza però aver cambiato l’esito finale. A entrambi gli schieramenti mancano i 61 seggi su 120 per governare, nonostante il Likud di Netanyahu si confermi primo partito alla Knesset con 26 scranni contro i 21 del movimento Yashar guidato dal generale Eisenkot. A seguire B’Yachad di Bennett e Lapid (12 seggi), i Democratici (8), Potere ebraico di Ben Gvir (7), Shas (7), Ebraismo unito della Torah (7), Yisrael Beytenu di Lieberman (7) e Sionismo Religioso di Smotrich (6). I risultati definitivi arriveranno oggi, quando si chiuderà lo spoglio delle cosiddette «doppie schede», i circa 450mila voti di riservisti, diplomatici all’estero, soldati e studenti impossibilitati a votare nell’area di residenza.

La matassa è nelle mani del presidente Isaac Herzog, che incontrerà nei prossimi giorni i leader dei due schieramenti contrapposti ed esorta «a fare di tutto per evitare nuove elezioni». Secondo la tv Channel 12, in assenza di una maggioranza piena per uno dei due blocchi, il capo dello Stato tenterà subito di testare la fattibilità di un governo di unità nazionale.

L’ipotesi comincia a farsi largo. Anche se la Casa Bianca nega, a soffiare a favore sarebbe quel Donald Trump che ha sostenuto Netanyahu, ma preme perché si eviti un nuovo governo con l’ultranazionalista Ben Gvir e punta al rilancio degli Accordi di Abramo per la normalizzazione dei rapporti fra Arabia Saudita e Israele. Un governo di unità potrebbe mettere d’accordo i rivali e lasciare nell’angolo arabo-israeliani ed estremisti. Tanto che si pensa già a un accordo di rotazione fra Netanyahu, Eisenkot e Bennett. L’intesa, secondo il quotidiano Ynet, garantirebbe al Likud e alla coalizione pro-Bibi la conferma del proprio leader. Fino a luglio 2028, quando il mandato del presidente Herzog scadrà e Netanyahu potrebbe aspirare alla successione. A quel punto scatterebbe il governo a guida Eisenkot, fino al gennaio 2030, dando al leader di opposizione l’opportunità di mettersi alla prova.

Terzo e ultimo giro quello di Bennett (centro liberale), che rimarrebbe in carica fino alle prossime elezioni. I giochi, però, al momento restano aperti. Sarà un lungo autunno per Israele.

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