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Politica estera

Khaled Abu Toameh: “Gli arabi israeliani vogliono integrarsi. Coinvolgerli nel governo promettente per tutti”

Il giornalista sui leader che non condannano Hamas come terrorista: “Smettano di cercare consensi attaccando Israele”

Khaled Abu Toameh, giornalista

Khaled Abu Toameh non ha paura di nulla, né di pensare né di parlare o di scrivere da giornalista e autore arabo, dottore in letteratura inglese, né di avventurarsi fra le incognite del conflitto mediorientale. Qui ci consegna il suo pensiero sull’incredibile affluenza alle urne degli arabi israeliani, un salto che ha portato a 19 deputati, partner indispensabile per qualsiasi governo. Eisenkot, il cui blocco del cambiamento ha conquistato 48 seggi a fronte dei 53 di Netanyahu, ha promesso un governo solo di partiti sionisti.Difficile: sia la Lista Unita di Ahmad Tibi sia Raam di Mahmoud Abbas rifiutano di definire Hamas organizzazione terrorista e accusano Israele di colonialismo e genocidio.

Khaled, come si spiega per esempio che a Umm el Fahem da 38,3% di votanti nel 2022 si è arrivati al 75,7?

«Ci sono due risposte: da una parte l’ansia, la paura, la parola d’ordine che intimava di votare contro un governo in cui Ben Gvir e Smotrich sono disegnati come la minaccia fatale. Un panico definitivo ha suggerito espulsione, distruzione, emarginazione. Dall’altra parte, c’è il desiderio di integrazione: lavorando fra gli israeliani, godendo della società libera e democratica, vogliono contare di più. È l’unico Paese in cui gli arabi possano organizzarsi, manifestare, votare liberamente».

Sì, ma nella società ebraica.

«Certo, anche nella società italiana le minoranze vivono protette dalle leggi. Molti questo lo apprezzano. Altri meno. Le minoranze devono espandersi, migliorare, e questo, anche fra i problemi, è avvenuto anche con gli arabi. Molte delle persone con cui parlo hanno un sincero desiderio di condivisione non con questo o quello schieramento, Netnayahu o Eisenkot, ma con l’insieme della società israeliana».

Ma lo strumento democratico non può diventare un grimaldello dell’islam estremo, che vuole tutto il potere? Leader come Tibi, Jaabarinco o Abbas rifiutano di definire Hamas un’organizzazione terroristica.

«I leader dei partiti arabi sono molto retorici e a volte stupidi, non esprimono le aspettative e i desideri di buona parte della società araba. Del resto Israele né da destra né da sinistra dimostra di capirne i problemi: il futuro dei giovani, la criminalità devastante. La leadership araba dovrebbe smettere di cercare il consenso dando addosso a Israele. Molti arabi desiderano un’integrazione maggiore, non c’entrano né il rifiuto di Bibi né la scalata jihadista che descriveva. Molti pensano che il disastro del 7 ottobre sia mostruoso e non hanno problemi a dire che Hamas è un’organizzazione terrorista. È talmente ovvio».

Ma il richiamo islamista, la forza del dogma del possesso della terra, della supremazia islamica, di un’Israele colonialista, è forte anche qui.

«In campagna elettorale si è sentito pochissimo. Il mondo arabo israeliano da anni vive in stretta vicinanza con quello israeliano, è mescolato. Gli islamisti radicali non sono protagonisti di questa storia e i laici anche da noi sono molti».

Pensi che il sospetto sulle buste di denaro dal Qatar e da altri specie nel Negev sia massiccio?

«Non ne so niente, ma direi che se c’è stata corruzione è una macchia, non l’episodio centrale. Semmai un avvicinamento sociale che non corrisponde ancora a una leadership politica né araba né israeliana capaci di capirlo a fondo. Per troppi anni, anche quando i partiti arabi entravano nei governi in maniera strumentale, non si è guardato alla società araba. La componente sociale araba oggi potrebbe benissimo rientrare in un governo di coalizione. Sarebbe promettente per tutti».

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