In una trasmissione di pochi giorni fa Vladimir Solovev, il propagandista che insultò Giorgia Meloni in diretta tv, l’ha chiamato come fa spesso «il nostro Trump». Almeno dall’incontro in Alaska con Putin, quando sposò senza riserve o quasi le posizioni russe, il presidente Usa è diventato una specie di beniamino delle emittenti statali di Mosca. E da quelle parti la sua sconfitta non fa particolarmente piacere.
Come ovvio la reazione del portavoce del Cremlino Dmitri Peskov è stata misurata e diplomatica: Trump continua a esercitare i suoi poteri, Mosca spera sinceramente che prosegua anche i suoi sforzi di pace. Dmitry Novikov, docente della Scuola Superiore di Economia, interpellato dal quotidiano Vedomosti, ha elaborato il concetto e ridotto la portata della sconfitta di The Donald: «La politica dell’attuale amministrazione sul conflitto tra Russia e Ucraina è in gran parte svincolata dal Congresso. Gli aspetti pratici dipendono più dagli emissari personali del presidente che dal Dipartimento di Stato». Una verità ma, per Mosca, anche una speranza. Perché la questione ucraina, come le altre iniziative dell’amministrazione in carica, potrebbe entrare nella partita a scacchi (o nella lotta senza quartiere), tra il nuovo Congresso a maggioranza democratica e la Casa Bianca.
Per i presidenti ridotti allo stato di «anatra zoppa» la politica estera è una tradizionale valvola di sfogo: con le mani legate sul piano interno, dove le potenti commissioni congressuali tengono saldamente in mano i lacci della spesa, si punta di solito su un successo diplomatico per finire il mandato in bellezza. E infatti l’attività della Casa Bianca prosegue come se nulla fosse. La sera delle elezioni l’inviato presidenziale Steve Witkoff ha comunicato che gli Stati Uniti faranno da mediatori in colloqui a livello tecnico tra Ucraina e Russia il 10 e 11 novembre ad Abu Dhabi. Si parlerà di sicurezza nel dopoguerra, de-escalation, questioni umanitarie e dei prossimi passi verso la pace. Soprattutto, ieri per la prima volta, Pechino ha confermato di lavorare a un possibile incontro tra i leader di Cina, Russia e Stati Uniti che dovrebbe svolgersi al vertice tra i Paesi asiatici del 18-19 novembre a Shenzen.
Ce n’è abbastanza per giustificare la paura resa esplicita da un articolo scritto nei giorni scorsi da George Whitesides, democratico della California, membro della Commissione difesa della Camera dei Rappresentanti Usa, poi ripreso da molte fonti di stampa ucraine. Sapendo che la loro leva politica sta per scadere, è la tesi di Whitesides, Trump e Putin vogliono accelerare per imporre a Kiev un accordo sfavorevole prima che a gennaio si insedi un Congresso filo-ucraino.
Una Capitol Hill a maggioranza democratica, nonostante gli ampi poteri riservati al presidente, avrà non poche armi per frenare Trump. Prima di tutto avrà la possibilità di avviare inchieste sugli incroci affaristico-diplomatici che hanno caratterizzato la sua politica estera. Nel mirino, almeno potenzialmente, potrebbe finire anche Pete Hegseth, segretario alla Difesa, colpevole di aver negato i preziosi missili Patriot. E perfino, almeno secondo qualche articolo apparso sui siti dei giornali di Kiev, Elon Musk, responsabile di aver rallentato il sistema di difesa Starlink. Al di là delle fughe in avanti l’umore degli ucraini è sintetizzato dai molti meme che circolavano ieri, con uno Zelensky sorridente e di buonumore, armato di birra e pop-corn, seduto sul divano a guardare le trasmissioni post-elettorali della televisione americana.
