In politica ci sono molti casi in cui i peggiori nemici sono soltanto ex amici. Questo è particolarmente vero nella politica statunitense. Da qualche settimana, in casa repubblicana, si discute moltissimo di una foto pubblicata sui social da un gruppo di ribelli. L’immagine, postata da Marjorie Taylor Greene, ex deputata super MAGA della Georgia dimessasi quest’anno in polemica con Donald Trump su vari dossier, ritrae lei e altri esponenti critici dell’attuale Casa Bianca. Tra questi ci sono Tucker Carlson, ex conduttore di Fox News, Thomas Massie, deputato del Kentucky critico soprattutto sulla guerra in Iran e sulla gestione degli Epstein files, ma anche Joe Kent, ex direttore del National Counterterrorism Center dell’amministrazione Trump e Brian Glenn (che recentemente ha spostato la stessa Greene).
We said no more foreign wars and we meant it and supported Donald Trump because he made that promise.
— Former Congresswoman Marjorie Taylor Greene🇺🇸 (@FmrRepMTG) August 1, 2026
But he’s betrayed us all.
Our commitment is America First for all Americans, right, left, and center.
The movement has begun. pic.twitter.com/mZXadw0kBr
La foto era accompagnata da un messaggio dal tono solenne e molto critico nei confronti dell’amministrazione Trump: “Avevamo detto basta guerre all’estero e lo pensavamo davvero, e abbiamo sostenuto Donald Trump perché aveva fatto quella promessa. Ma ci ha traditi tutti. Il nostro impegno è ‘L’America prima di tutto’ per tutti gli americani, di destra, di sinistra e di centro. Il movimento è iniziato”.
Brian Glenn, ex giornalista pro-Trump e noto per aver rimproverato Volodymyr Zelenskyy per non aver indossato un abito appropriato durante la visita del presidente ucraino alla Casa Bianca, ha detto a Politico che quella foto rappresenta un atto fondativo importante: “È stato come gettare le basi per il primo Congresso Continentale nel 1774”. “Trump”, ha aggiunto Glenn, “non sarebbe mai potuto essere eletto senza MTG e Tucker Carlson. Questo è un terremoto politico”.

Nei giorni successivi al post, ha raccontato Taylor Greene, il suo telefono è stato intasato di chiamate di sostegno e, soprattutto, c’è un buon numero di “grandi donatori” che vogliono aiutare il nuovo movimento. È innegabile che dietro le dichiarazioni dell’ex pasionaria MAGA ci sia la necessità di conquistare spazio mediatico, ma è altrettanto certo che in una parte della base repubblicana esista un certo malessere nei confronti del Trump 2.0.
I dubbi sull’agenda di Trump
Per diversi mesi alcuni degli esponenti più rumorosi e vicini alla pancia del movimento iniziato dal tycoon hanno criticato apertamente il presidente. I nodi sul tavolo dei dissidenti sono più o meno gli stessi: opposizione alla guerra in Iran, una gestione opaca degli Epstein files e, più in generale, una mancata risposta all’agenda America First in materia di costo del carburante, inflazione e lavoro.
Trump e i fedelissimi hanno bollato il gruppo come qualcosa di non rappresentativo e, in molti casi, hanno attaccato frontalmente i suoi esponenti, bloccando le carriere politiche di alcuni di loro. Ne sa qualcosa il deputato del Kentucky Massie, che ha perso le primarie dopo dopo che il presidente ha appoggiato il suo avversario.

Il nodo per il movimento è capire se e come lanciare la sfida alle urne. È difficile che avvenga già alle midterm; più probabile che si tenti un assalto alle presidenziali del 2028. Da tempo, infatti, si rumoreggia sulla possibilità che l’ex volto di Fox News Tucker Carlson possa candidarsi alla presidenza. Lo stesso anchorman a luglio ha parlato della possibilità di fondare un terzo partito. Una fonte vicina a Carlson ha detto a Politico che il giornalista “non si candiderà contro JD Vance. Molto probabilmente si candiderà se Trump appoggerà Rubio”. Ad ogni modo diversi giornali americani hanno sottolineato che il gruppo di dissidenti punterebbe proprio su Carlson per le presidenziali.
Mondo MAGA diviso
Se alla Casa Bianca l’iniziativa appare come qualcosa di buffo quanto estemporaneo, in altri ambienti MAGA la cosa è meno “divertente”. Jeremy Boreing, tra i fondatori di uno dei punti di riferimento della destra americana, il sito Daily Wire, ha bollato la posizione di Carlson come “terrificante”. “Sostanzialmente”, dice Boreing, “Carlson sostiene che l’ordine americano e l’ordine costituzionale sono finiti. Per portare avanti il suo programma sarà necessario un tipo di autoritarismo che è una novità assoluta in America”.
Altri temono che il rumore mediatico intorno a questo movimento possa creare problemi alle elezioni di novembre. Fonti sentite da Politico sottolineano che la nuova squadra potrebbe convincere un numero sufficiente di elettori a disertare le urne come ripicca contro Trump. Laura Loomer, storica consigliera informale del presidente, lo dice esplicitamente: “Vogliono solo potersi vendicare di Trump. Sono arrabbiati perché papà li ha tagliati fuori e ora stanno facendo una scenata”.
Un programma isolazionista e populista
Fatto, o quasi, il contenitore, sono i contenuti a rappresentare la vera sfida al mondo trumpiano. Qualche giorno dopo la pubblicazione della foto di gruppo, Carlson ha tenuto una diretta per sintetizzare la sua visione in 10 punti per l’America. Il testo è un mix di isolazionismo, populismo di sinistra, securitarismo di destra e influssi complottisti:
- Equità: le stesse regole devono valere per tutti, presidenti, agenti federali ed élite comprese; il caso Epstein diventa il simbolo dell’impunità dei potenti.
- Sovranità: gli Stati Uniti devono liberarsi dall’influenza di governi stranieri, lobby e interessi economici che condizionano la politica nazionale.
- Produzione: rilanciare agricoltura, industria e artigianato, riducendo il peso di finanza, speculazione immobiliare, sorveglianza e industria bellica.
- Bellezza: contrastare il degrado urbano, architettonico e sociale, considerato il risultato di precise scelte politiche e culturali.
- Salute: promuovere alimentazione sana, sobrietà e minore dipendenza da psicofarmaci e altre sostanze.
- Onestà: punire i funzionari pubblici che mentono e rendere accessibile gran parte dei documenti oggi classificati, compresi quelli su JFK e l’11 settembre.
- Ottimismo: tornare a valorizzare famiglia e natalità, considerate indispensabili per costruire una società capace di pensare alle generazioni successive.
- Saggezza: una scuola più concreta, fondata sulla realtà materiale e sulla natura umana, anziché su credenziali, tecnologia e mode culturali.
- Decenza: assumersi la responsabilità per le vittime civili delle guerre americane e smettere di sostenere alleati accusati di gravi violazioni.
- Unità: frenare l’immigrazione, soprattutto alla luce dell’impatto futuro dell’AI sul lavoro, eliminare i benefici per gli irregolari e rafforzare l’inglese come lingua comune a livello federale.
La linea di faglia più profonda tra il nuovo movimento e l’attuale leadership MAGA sta nel rapporto con Israele. Carlson è uno dei critici più feroci del governo Netanyahu, ma è stato anche molto critico nei confronti dei coinvolgimenti militari americani in Medio Oriente, da ultimo quello in Iran.
Nel complesso, però, è tutta la visione della nuova squadra a sembrare estranea alla destra americana. Anche la posizione in materia di populismo economico sembra più a sinistra che a destra, con una lotta senza quartiere alla finanziarizzazione dell’economia in favore di politiche per la working class.
I trumpisti anti-Trump sembrano però avere la strada tutta in salita, un po’ per i limiti strutturali del sistema politico americano, che non lasciano molto spazio a un terzo partito, un po’ per la posizione minoritaria a cui conduce un mix così particolare di posizioni ideologiche.
In casa GOP, però, qualche preoccupazione resta, se non altro perché le elezioni stanno diventando sempre più ravvicinate e pochi voti possono essere fondamentali per vincere. E in questo contesto, alla banda Carlson, per creare guai, basterebbe convincere un po’ di elettori delusi a disertare le urne: peccato che a beneficiarne non sarebbe il mondo conservatore, ma soltanto la sinistra democratica.
