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Politica estera

Lapid alla Knesset. Prima intesa anti Bibi

Con l’elezione dell’ex premier centrista a presidente dell’assemblea iniziano gli accordi tra blocco Eis en kot e i palestinesi

Intesa con l'ok di Hezbollah tra Israele e il Libano

«Una vittoria è una vittoria». Yair Lapid dichiara il successo della maggioranza anti Netanyahu ed esorta l’opinione pubblica a mantenere la pazienza, dato che i negoziati per la formazione del prossimo governo, assicura, proseguono dietro le quinte. Il clima è di totale incertezza sulla composizione del nuovo esecutivo. Anche se qualcosa inizia a muoversi. Secondo alcune fonti citate dal Times of Israel, il gruppo di partiti contrari a Bibi avrebbe raggiunto un accordo per destituire l’attuale presidente della Knesset Amir Ohana del Likud, poco dopo il giuramento del nuovo parlamento previsto per il 10 novembre. Il cosiddetto «blocco del cambiamento», formato da Yashar, B’Yachad, I Democratici e Yisrael Beytenu, insieme ai partiti a guida araba Lista Unita e Ra’am, controlla infatti la maggioranza dei seggi alla Knesset e sarà quindi in grado di rimuovere Ohana dal suo incarico. Alcune indiscrezioni suggeriscono che potrebbe esserci la possibilità di nominare proprio lo stesso Lapid.

Ma torniamo ai movimenti per la formazione dell’esecutivo. I partiti del blocco pro Netanyahu che detenevano 68 seggi nella Knesset uscente, ora ne hanno 53, i risultati segnano

dunque un calo. Il blocco anti Bibi invece ha ottenuto 67 seggi, una maggioranza solida, se non fosse che tre dei quattro partiti a guida ebraica (Yashar, B’Yachad e Yisrael Beytenu), hanno escluso per ora di entrare in una coalizione che includa Lista Unita e Ra’am che ne hanno ottenuti 19. Un record storico, quasi il doppio dei 10 seggi che detenevano nella Knesset uscente.

Ci sono però voci differenti all’interno della coalizione. Yair Golan, leader del partito I Democratici, alleato di Eisenkot, è l’unico ad aver ribadito il suo appello affinché i partiti di opposizione a guida ebraica collaborino con quelli arabi, sostenendo che ignorare i loro 19 seggi complessivi sarebbe antidemocratico. «Un voto espresso da un cittadino arabo a Sakhnin o a Rahat vale esattamente quanto un voto espresso da un cittadino ebreo a Tel Aviv o a Sderot». Gli elettori arabi potrebbero offrire agli avversari di Netanyahu un’opportunità per scalzarlo. Tuttavia, dando voce alla sua retorica anti araba, l’opposizione israeliana rischia di non portare a segno nessun risultato. Secondo alcuni analisti il blocco deve scegliere quale promessa infrangere: escludere i partiti arabi o estromettere Bibi.

La coalizione di Netanyahu da parte sua ha ottenuto,

come già detto, 53 seggi, con il suo partito, il Likud, che si conferma la forza maggiore, con 27 seggi e supera di molto le aspettative. Tuttavia, anche per Bibi non esiste una strada chiara verso la soglia dei 61 seggi necessaria per la maggioranza. Il premier però avrebbe cercato intanto di rassicurare Ben Gvir e Smotrich sulla sua intenzione di mantenere unito il blocco di destra. «Siamo uniti e resteremo uniti», ha dichiarato ai due esponenti politici. La reazione di Netanyahu arriva in risposta ad alcune voci secondo cui potrebbe tentare di formare un governo coinvolgendo partiti esterni alla sua attuale coalizione.

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