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Politica estera

Le matricole dem rischiano la panchina

Le presidenze di Commissione, dove risiede il vero potere, andranno con ogni probabilità alla vecchia guardia del partito

Elizabeth Warren
Sen. Elizabeth Warren, D-Mass., speaks to the audience before Michigan Democratic Senate candidate Abdul El-Sayed, during a campaign rally at the Royal Oak Farmers Market, Monday, Nov. 2, 2026, in Royal Oak, Mich. (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)

Il prossimo Congresso sarà pieno di matricole democratiche cariche di entusiasmo. Il problema è che forse dovranno stare in panchina, o quasi. L’onda blu che ha lanciato i volti nuovi del partito si infrangerà sul muro di burocrazia e consuetudini che regna nella palude di Washington.

Il vero potere, nei corridoi di Capitol Hill, non risiede tanto nella possibilità di entrare in aula, votare o proporre leggi, quanto nel lavoro delle commissioni. James Talarico del Texas, Adam Hamilton del Kansas e Abdul El-Sayed del Michigan sono stati eletti sull’onda del malcontento degli elettori per molti problemi che riguardano la vita quotidiana. Ma la questione è che, nella grande maggioranza dei casi, per trasformare le proprie promesse elettorali in leggi dovranno confrontarsi con le commissioni parlamentari.

La storia di Susan Collins è emblematica. La senatrice repubblicana del Maine, detronizzata dal boscaiolo Troy Jackson, presiedeva la potentissima Commissione Stanziamenti. Una posizione dalla quale, soltanto nel 2026, era riuscita a ottenere 428,6 milioni di dollari di finanziamenti federali. I nuovi ragazzi terribili avranno meno potere istituzionale rispetto ai colleghi più anziani. E le principali presidenze andranno, con ogni probabilità, alla vecchia guardia del partito, a figure come Ed Markey, Ron Wyden ed Elizabeth Warren. Con il cambio di maggioranza, tantissimi ambiranno a diventare presidenti delle commissioni, sostituendo i colleghi repubblicani.

La Rule 21 del gruppo democratico alla Camera stabilisce che i presidenti vengano scelti in base a merito, anzianità nella commissione, impegno per il programma democratico e rappresentatività delle diverse componenti del partito. Nel 2024 Alexandria Ocasio-Cortez, oggi potente esponente dei socialisti, ha tentato, senza successo, di conquistare la posizione di vertice democratico nella prestigiosa commissione di Vigilanza della Camera.

Al Senato, per i neoeletti, la strada più accessibile passa dalle sottocommissioni. La Rule XI del regolamento democratico prevede che ciascun senatore ottenga almeno una presidenza in una sottocommissione. Alcune, per la verità, non sono posizioni marginali. Nel febbraio 2021 Jon Ossoff conquistò la guida della potente sottocommissione permanente per le indagini, iniziando da lì a plasmare la sua immagine. Le commissioni, infatti, non servono solo a portare avanti l’agenda legislativa, ma sono anche un trampolino mediatico quando tengono delle audizioni. In questo sistema, i nuovi eletti avranno un potere limitato. Le commissioni più importanti, l’agenda dei lavori e le principali decisioni organizzative saranno controllate dai più anziani. In questo contesto, per portare avanti una qualsiasi legge sarà quindi fondamentale creare alleanze, capire come influenzare i presidenti delle commissioni e cercare compromessi.

Il primo banco di prova arriverà all’inizio di dicembre, quando si sceglierà il leader dei senatori. Chuck Schumer, vecchia volpe del Senato, punta alla riconferma, ma una parte dei neoeletti vorrebbe un volto nuovo. In quella sede si capiranno i primi rapporti di forza nel partito. Il problema, per molti, è che il tempo stringe. Gli americani, che hanno bocciato Trump dopo soli due anni di mandato, vogliono risultati rapidamente. Non è detto, però, che le matricole, specie quelle elette nell’America più rossa, abbiano il tempo sufficiente.

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