Chi ha una certa età ricorda i misirizzi, bambolotti con la base a forma di uovo: li si spingeva o li si inclinava fino a terra ma alla fine tornavano sempre in posizione verticale. Volodymyr Zelensky è il misirizzi della politica internazionale: in un modo o nell’altro rimane sempre in piedi. Per riuscirci si adatta, cambia di volta in volta posizione e atteggiamenti, ma alla fine il risultato è lo stesso.
Ai tempi del famoso «agguato» della Casa Bianca, quando Donald Trump e JD Vance lo maltrattarono in diretta mondiale, scelse di tacere, incassare, fare professione di umiltà. Questa volta, di fronte al presidente Usa, si è avviato lungo la strada opposta. In un anno e mezzo molto è cambiato: il tipo di guerra che l’Ucraina si trova ad affrontare, prima di tutto; ma anche lo standing del suo contraltare, Trump. L’inquilino della Casa Bianca ha giocato male le sue carte in vista della seconda parte del mandato. Con una guerra suicida, mal ideata e mal condotta, ha messo in crisi l’economia mondiale e quella degli Stati Uniti. Sul piano internazionale si è giocato uno dopo l’altro la fiducia degli alleati (è impossibile litigare con il pacifico Canada, si diceva un tempo, lui ci è riuscito).
Ancora prima delle elezioni di medio termine The Donald è già politicamente un’«anatra zoppa», un presidente dimezzato. Ed è per questo che il presidente ucraino si può permettere la carta della «ribellione». Giustificato anche dalla piega ancora più aspra che ha preso il conflitto. Sul campo di battaglia, pur sacrificando centinaia di migliaia di uomini, la Russia non riesce a vincere e il Cremlino ha deciso di spingersi ancora oltre sulla strada dell’infamia. Nelle ultime settimane ha scelto la guerra delle città: bombardare ogni tipo di obiettivo civile per spezzare la resistenza della popolazione. Nel mirino sono finiti quartieri residenziali, centrali elettriche, centri commerciali, autobus di pendolari, persino magazzini di libri. Difficilmente Zelensky avrebbe potuto tacere.
