Testa a testa, uniti nella differenza, senza vittoria fatale di una delle due parti, con la crescita della sinistra e la tenuta di Netanyahu, adesso il blocco di destra e quello del cambiamento di Eisenkot danno il via a una danza che può portare in direzioni svariate: un governo di coalizione o una coalizione di sinistra con i partiti arabi e Netanyahu all’opposizione o perfino nuove elezioni.
I toni sono trionfalistici, ciascuno si dichiara vincitore e per ora tiene a sottolineare la distanza dall’altro blocco. Ma le prossime ore vedranno un lavorio che tiene conto della poca distanza dei due blocchi, del fatto che il Likud è pur sempre il primo partito, che il fallimento di Winter e di Hendel, i due partitini che non passano e forse anche di Lieberman che rischia con la sua politica di super equilibrio di trovarsi sotto la soglia portano resti soprattutto a destra.
In una giornata in cui sono lievitati fino all’incredibile i numeri dell’affluenza, di fatto niente potrebbe essere più diverso dal passato di un’eventuale coalizione. Ma non è facile. I numeri lo suggerirebbero, i sentimenti molto meno: i numeri parlano della coalizione di Netanyahu intorno ai 50 seggi e quella di Eisenkot, senza arabi, a 52-53, e intanto si è formata una nuova realtà molto problematica del gruppo arabo formato dai due partiti, quello di Ahmad Tibie quello di Mahmoud Abbas, legato ai Fratelli Musulmani e con molte richieste formulate in tono educato, salvo che per il rifiuto di riconoscere che Hamas è un’organizzazione terrorista. Eisenkot, Bennett, Lapid hanno promesso di tenere alta quella che dal 7 di ottobre è la bandiera dei partiti sionisti: non stringere un patto parlamentare fuori dal sionismo. Non sarebbe facile nel momento in cui si ripresenterà un’inevitabile guerra di difesa gestirla con alleati antisionisti. E ci sono altri giuramenti fatti all’elettorato, Eisenkot e Bennett hanno promesso di non condividere il governo con Netanyahu nemmeno in una rotazione. Ma per governare ci vogliono 61 seggi e sia l’una che l’altra parte dovrà per forza recedere.
Le parole di sostegno di Trump per Netanyahu di fatto non sono dedicate al capo del Likud, ma a un premier che sia pronto a proseguire nella sua guerra contro il potere degli ayatollah e il loro giuramento di distruzione dell’occidente con la bomba atomica. Questo lo sa bene anche Eisenkot: è Israele l’interlocutore di un accordo che affronta l’Islam radicale, il regime sciita e i poteri che gli stanno dietro (Russia, Cina).
C’è un elemento di intrinseca unità fra i partiti israeliani e consiste nel fatto che i toni palingenetici sono utopistici per un Paese che deve affrontare tutti i giorni il tema della pace senza il beneficio della retorica: sarebbe bello essere la sinistra che vince, imporre ai religiosi la piena coscrizione, portare il meritato riposo alle riserve, abbassare il costo della vita. Ma alla fine torna a galla la straordinarietà della condizione di questo piccolo stato così appassionatamente democratico da andare fino in fondo con le elezioni anche sotto assedio.
Un esorcismo anti Bibi non eviterà i problemi per cui gli arabi di Raam chiedono l’autonomia della Galilea e lo stato palestinese e non si pronunciano sul disarmo di Hamas. Ma l’Iran è sempre il titolo di testa, chiunque sia premier. Quindi, una rotazione è del tutto plausibile anche fra le tante parole spese dagli antagonisti di Netanyahu. Israele, chiunque sia il suo leader, fa parte dell’alleanza occidentale, al suo fianco gli Usa, contro la coalizione islamico rosso-verde che tormenta l’Europa.
