L’accordo nucleare tra Stati Uniti e Arabia Saudita doveva segnare il passaggio dall’idealismo della non proliferazione a un realismo transazionale basato sulla «proliferazione ottimista». Secondo questa visione, introdurre capacità atomiche in un’area instabile crea deterrenza simmetrica e stabilità regionale. Si tratta di una logica già evocata da Donald Trump nel primo mandato per Giappone e Corea del Sud contro Cina e Corea del Nord.
Consentendo a Riad l’arricchimento dell’uranio in loco, Washington mirava a bilanciare l’Iran, riducendo il proprio impegno militare nel Golfo. L’obiettivo era anche, forse soprattutto, escludere Cina e Russia dalle infrastrutture critiche saudite, evitando che Pechino oppure Mosca guadagnassero influenza strategica nella regione. Il patto era quindi coerente con la National Security Strategy 2025, focalizzata sul contenimento delle potenze rivali, sul disimpegno estero e sui ritorni economici interni.
Tuttavia, l’intero impianto è stato smentito dallo stesso Trump. Ventiquattr’ore dopo la firma tecnica dei ministri, il presidente ha compiuto un dietrofront senza precedenti, condizionando l’accordo al pieno riconoscimento diplomatico di Israele da parte di Riad. Questo vincolo tardivo ha generato un corto circuito strategico.
Da un lato nega la visione del suo stesso documento strategico; dall’altro compromette la credibilità diplomatica di Washington, infine favorisce Mosca e Pechino, pronte a offrire tecnologie nucleari senza precondizioni politiche.
Se da una parte lo stop presidenziale preserva la Dottrina Begin sul monopolio atomico israeliano, dall’altro blocca la nascita di un’architettura di sicurezza multipolare.
Nei piani originari, le concessioni a Riad avrebbero spinto Turchia ed Egitto a chiedere gli stessi diritti, creando una rete di deterrenze incrociate contro le ambizioni egemoniche dell’Iran.
Questa clamorosa inversione di rotta dimostra così come il realismo transazionale di Trump cada spesso ostaggio delle pressioni politiche interne, esponendo la politica estera americana a una strutturale instabilità.
