Gli inglesi la chiamano, con disprezzo, «Londonistan». Capitale del Califfato islamico del Regno Unito. Il sindaco, eletto la prima volta nel 2016, è musulmano: Sadiq Khan, origine pakistana e laburista. Non è l’unico. All’ultima tornata delle elezioni amministrative ne sono stati imbarcati altri. Alla cerimonia di investitura c’è chi ha giurato sul Corano. C’è pure chi parla a stento inglese. Ma hanno i voti, tanti, delle comunità a cui appartengono, in particolar modo quella bengalese. Non c’entra solo la politica. Tutto parte da lì, certo. Ma il fenomeno è molto più preoccupante.
Nei sobborghi di molte città europee i musulmani sono maggioranza. Le donne girano bardate nei loro burqa neri. E la legge islamica ha soppiantato quella occidentale. Nel Regno Unito sono attivi un’ottantina di Consigli della Sharia. Il più antico è stato fondato nel 1982. Spesso sono legati a moschee locali e all’interno lavorano imam, muftì e studiosi del Corano. Dovrebbero dirimere controversie tra musulmani, senza soppiantare il sistema giuridico. Già nel 2010 l’Economist si chiedeva: «Quale legge conta di più?». Oggi la risposta non è scontata. Perché, sebbene nel 2018 il governo inglese abbia sancito che la sharia non ha giurisdizione e che la legge nazionale prevale sulle decisioni a carattere religioso, la realtà è che nelle comunità islamiche i Consigli della Sharia stanno sempre più soppiantando lo Stato.
Sul Times Matthew Syed parla apertamente di apartheid: la supremazia maschile sulla donna, spiega, viene «incoraggiata dai leader religiosi» e le donne hanno bisogno «del permesso dei Consigli della sharia (composti quasi interamente da uomini) per ottenere il divorzio religioso, mentre i loro mariti possono annullare i matrimoni unilateralmente». E questo perché molti matrimoni islamici celebrati nel Regno Unito non sono registrati civilmente. In linea generale, continua poi Syed, davanti a questi tribunali paralleli «la testimonianza femminile conta solo la metà di quella maschile». E da parte dello Stato non esiste alcun tipo di controllo.
Il Regno Unito non è un unicum. Dal 2025 anche in Svezia esiste un Tribunale della Sharia dove i musulmani possono dirimere controversie civili, come contese commerciali e divorzi, davanti a «personaggi d’influenza» che seguono i diktat della legge islamica. Anche all’interno di questa corte il rischio è che si registrino disparità di trattamento. Ovviamente, sempre a svantaggio della donna. In Germania, invece, operano mediatori informali e «friedenrichter», ovvero giudici di pace, che risolvono controversie familiari e comunitarie secondo tradizioni culturali e comunitarie seguendo tradizioni culturali o principi ispirati alla sharia. Sono spesso imam e agiscono all’interno di moschee o comunque di ambienti privati e restano al di fuori del sistema giuridico tedesco. Infine ci sono i ghetti francesi dove lo Stato sta perdendo sempre più giurisdizione. Lì non c’è alcun bisogno di tribunali speciali. Lì la sharia è già legge e il diritto occidentale è carta straccia.
