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Politica estera

Ma ora il tycoon affila gli artigli. Iran, Ucraina, Cina: punterà sul mondo

Probabile il ricorso a nuovi ordini esecutivi. Ma è sul fronte estero che si sentirà più libero di rischiare

US President Donald Trump walks with China's President Xi Jinping after showing him the new helipad on the South Lawn of the White House after their bilateral meeting, in Washington, DC, on September 24, 2026. President Xi is on a State visit to the United States from September 23 to 25. (Photo by Brendan SMIALOWSKI / AFP)

«Per qualche motivo, buoni o cattivi, i presidenti perdono sempre le elezioni di Midterm. Ma noi ce l’abbiamo messa tutta». Donald Trump, nella sua ultima apparizione pubblica prima del voto, è parso quasi arrendendosi all’ipotesi dell’Ondata Blu (dal colore dei Democratici), accreditata dai sondaggisti. Con una sconfitta dei Repubblicani sia alla Camera che al Senato, il tycoon perderebbe non solo il mito dell’invincibilità (ha convinto il popolo Maga che le elezioni 2020 furono «rubate» da Joe Biden), ma anche gran parte dello spazio di manovra politico interno. Di fatto, potrebbe dire addio alla sua agenda legislativa, con un continuo ricorso agli ordini esecutivi, però contestabili nei tribunali. Secondo alcuni retroscena, i più stretti collaboratori di Trump alla Casa Bianca, come i «falchi» Stephen Miller e Russell Vought, da mesi starebbero esaminando diverse modalità per portare avanti l’agenda del presidente anche senza la collaborazione del Congresso. Ma è soprattutto in politica estera che Trump manterrebbe quasi indisturbato il suo potere. È qui che potrebbe giocarsi la partita decisiva degli ultimi due annidi Presidenza, compensando con i successi internazionali un’eventuale paralisi politica a Washington.

Primo banco di prova sarebbe l’Iran.

Trump dovrebbe decidere se puntare a un nuovo assetto regionale o mantenere la pressione militare su Teheran. Una maggioranza democratica potrebbe contestare le operazioni militari, indagarne i costi e cercare di limitarne il finanziamento. Ma difficilmente riuscirebbe a sottrarre al presidente l’iniziativa strategica. Il secondo fronte è l’Ucraina. Trump potrebbe cercare di imporre una soluzione negoziata, anche a costo di chiedere a Kiev concessioni territoriali e politiche difficilmente accettabili. Per Vladimir Putin sarebbe l’occasione di trasformare i risultati sul campo in un riconoscimento diplomatico. Per gli europei, invece, il rischio di trovarsi davanti a un accordo deciso sopra le loro teste.

Ma è soprattutto con la Cina che Trump potrebbe tentare il colpo più ambizioso. Un’intesa commerciale con Xi Jinping, magari accompagnata da un compromesso sulle tecnologie strategiche e da una temporanea distensione su Taiwan, gli consentirebbe di presentarsi come l’uomo capace di ridisegnare i rapporti tra le due maggiori potenze mondiali.

Un’indicazione significativa su quale percorso Trump voglia intraprendere potrebbe venire dal G20 di dicembre a Miami. Il paradosso è tutto qui: mentre Washington cercherebbe di contenere un presidente indebolito, il resto del mondo potrebbe trovarsi a fare i conti con un Trump ancora più libero di rischiare sul fronte estero.

L’altro grande campo di battaglia per Trump sarebbe il Partito repubblicano. La corsa alla nomination del 2028 entrerebbe immediatamente nel vivo. Il vicepresidente JD Vance partirebbe da una posizione di vantaggio, essendosi già proposto come erede designato del movimento Maga. Ma a danneggiarlo potrebbe essere proprio la sua vicinanza a Trump, con un Partito repubblicano ora disposto a prendere le distanze dal presidente, sfidandolo apertamente. Quanto a Trump, negli ultimi due anni non ha mai nascosto la sua ammirazione per Marco Rubio, attento a tenersi il più possibile lontano dal dossier più scottante, quello iraniano. Una scelta probabilmente non causale.

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