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Politica estera

Mbappé: “Mao dittatore”. La furia cieca di Pechino

L’inciampo del campione durante un’intervista. Gli sponsor cinesi lo scaricano e la tv di Stato oscura la Liga. Il mea culpa: “Sinceramente dispiaciuto”

Asso del calcio La stella del Real Madrid Kylian Mbappé su un cartellone pubblicitario

Era uscito indenne dall’accusa di stupro in Svezia: scagionato a tempo di record dopo aver parlato di «fake news». Caso archiviato nel dicembre ’24, con la responsabile dell’inchiesta preliminare che non ravvisò prove sufficienti a incriminarlo per la notte brava nel «weekend da Leoni» a Stoccolma. Ma ora si è aperto il capitolo più spinoso della carriera internazionale della stella del Real Madrid: quello con la Cina. Un grave incidente diplomatico a tutti gli effetti che ha costretto lui a scuse immediate e il presidente della Liga spagnola, Javier Tebas, a gettare acqua sul fuoco. Ma cos’è successo?

Meno - forse - delle intemperanze dentro e fuori dal campo dell’ex ragazzo di banlieue; le svariate a cui la dirigenza della «Squadra del Re» si è abituata ma non la tifoseria. Un caso più legato all’ingenuità del calciatore, costato però a Kylian Mbappé una perdita milionaria. E per una fattispecie che il Dragone considera appena al di sotto del reato: offese alla sensibilità nazionale del popolo cinese. Per aver scherzato infatti sull’ex leader e fondatore della Repubblica Popolare, Mao Zedong, il calciatore francese 27enne si è giocato in un colpo solo due contratti di sponsorizzazione milionari; e poi i rapporti con i media cinesi. La tv di Stato ha sospeso la trasmissione delle partite della Liga, come di incontri e pubblicità che coinvolgono l’asso transalpino, ha spiegato China Media Group (Cmg).

Tutto a causa di un cosiddetto «meme»; uno dei tantissimi che da anni ne alimentano l’iconografia social. Proprio perché tanti sono, gli è stato chiesto in un video quale gli facesse più ridere. La risposta? Scontata. «Ce ne sono tanti...». La tavolozza, senza neppure troppo ricorso all’AI, varia dal Kylian in versione tartaruga ninja ai panni di Mobutu Sese Seko, dittatore della Repubblica Democratica del Congo (o ex Zaire) che lo stesso attaccante ha confessato di non apprezzare. Poi, però, tra sorrisi e un’intervista apparentemente innocentissima, ha risposto. Il «meme» più divertente per lui? «Quello in cui io sono un dittatore cinese, lo uso spesso con gli amici per la Playstation». Gelo tra i consulenti della comunicazione. E bufera. Mbappé non nomina esplicitamente Mao. Ma il riferimento social arriva fino a Pechino; dove per la nomenclatura, da quella calcistica al business fino al Partito, è chiaro che stesse parlando del «Grande Timoniere». Doveva essere una risposta sui fotomontaggi del suo volto sovrapposto ad altre «stelle»; è diventata la sua fine nell’ex Celeste Impero. Il capitano dei Bleus torna radioattivo. Le agenzie di stampa verificano l’autenticità del video; che alla fine conferma lo stesso Mbappé cospargendosi il capo di cenere. «Il mio commento è stato infelice - scrive su X - comprendo d’aver ferito con le mie parole molto persone in Cina e nella comunità cinese in tutto il mondo. Chiedo scusa a tutti. Non era mia intenzione. Ho un profondo rispetto per il popolo cinese e per la sua storia e sono sinceramente dispiaciuto». Tebas, N.1 della Liga, dichiara che lavorerà per superare l’incidente. In un battito di ciglia - peraltro nelle stesse ore in cui Mbappé perdeva il Pallone d’Oro dietro all’inglese Harry Cane - il campione ha sottovalutato cosa significhi essere profumatamente pagato dai cinesi che producono le bottigliette energetiche Dongpeng con la sua faccia sopra, e i formaggi dei gruppi Mengniu. Parlano di «tolleranza zero» verso atti e dichiarazioni «che feriscano i sentimenti nazionali». Che non è come farsi immortalare in una pedalata a Lucerna quando il tuo allenatore, Mourinho, l’aveva vietato. Si paga.