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Politica estera

Mosca, il G20 e quell’oceano tra Europa e Usa

Per l’amministrazione Trump il valore strategico della Russia prescinde dalla sua architettura istituzionale oppure dalla sua leadership pro tempore

Finance ministers convene during a plenary session on sovereign debt at the G20 Finance Ministerial in Asheville, N.C., Tuesday, Sept. 1, 2026.(AP Photo/Gerald Herbert) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Dopo l’isolamento politico imposto dall’Occidente a seguito dell’invasione dell’Ucraina, un ministro russo è tornato a partecipare fisicamente a un consesso internazionale su invito esplicito degli Stati Uniti. Il G20 di Ashville ha così evidenziato come le due sponde dell’Atlantico divergono ormai seriamente sulla futura configurazione della Russia. L’incontro tra il Segretario al Tesoro Scott Bessent e il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov non ha prodotto alcun allentamento del regime sanzionatorio. Tuttavia, l’evento va interpretato come il riconoscimento pragmatico di Mosca quale interlocutore imprescindibile.

È precisamente in questo perimetro che si misura la vera distanza tra Washington e le cancellerie europee: per gli Stati Uniti un’intesa sull’Ucraina resta negoziabile anche con l’attuale leadership del Cremlino, come dimostra lo stesso incontro Bessent-Siluanov, mentre per gran parte delle capitali europee un accordo con l’attuale regime non appare percorribile, come conferma il rifiuto molto più che simbolico di farsi ritrarre nella stessa foto di gruppo. Il commissario Ue Valdis Dombrovskis ha esplicitato questa posizione, rifiutando di parlare con Siluanov per «rispetto delle vittime» della guerra.

Questo mentre per l’amministrazione Trump il valore strategico della Russia prescinde dalla sua architettura istituzionale oppure dalla sua leadership pro tempore. Che al Cremlino rimanga Vladimir Putin o si insedi un suo successore, e che la Federazione mantenga l’assetto odierno o attraversi una trasformazione istituzionale, Washington persegue un obiettivo sistemico: preservare una grande potenza russa che funga da contrappeso nello scontro globale con la Cina, scongiurando il rischio che il prolungato isolamento occidentale la riduca a partner subordinato di Pechino.

Al contrario, la prospettiva europea appare strutturalmente più complessa. Almeno per larga parte delle capitali europee, il reintegro di Mosca nell’ordine internazionale non può prescindere da una profonda transizione politica e istituzionale. Non si tratterebbe soltanto di un cambio al vertice, ma di una trasformazione dell’assetto dei poteri interni capace di rimuovere le precondizioni politiche che hanno generato l’aggressione all’Ucraina.

Si profila così una faglia transatlantica di difficile saldatura destinata a pesare sui futuri equilibri di sicurezza: mentre gli Stati Uniti inquadrano il dialogo con la Russia secondo una logica di equilibrio di potenza, l’Europa ne subordina la reintegrazione a una profonda trasformazione interna. Prima o poi la Russia tornerà a sedere stabilmente ai tavoli dell’Occidente. La domanda, a quel punto, è chi avrà avuto il maggiore peso nel decidere come sarà quella Russia: Washington oppure Bruxelles.

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