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Politica estera

Nell’incertezza il “mago Netanyahu” ha l’asso nella manica

Su Gaza e sull’Iran sarà decisivo garantirsi il supporto degli Usa e di Trump, che sta con Bibi

A Palestinian child is seen in the midst of the rubble of destroyed buildings in the Jabalia camp for Palestinian refugees in the northern Gaza Strip on August 2, 2026. Israeli strikes on Gaza hit multiple residential buildings and killed at least 13 people, authorities said on August 2, despite Hamas saying it agreed to the latest stage of a deal to end the war. Hamas said on July 31 it had agreed to a plan championed by US President Donald Trump that includes provisions for handing over its weapons and the gradual withdrawal of Israeli forces from the Gaza Strip. (Photo by Omar AL-QATTAA / AFP)

Ha vinto l’incertezza. Quella più assoluta. I primi sondaggi sul voto israeliani non regalano un risultato ma un grande rebus. Il mago Bibi Netanyahu - confermando le capacità di sopravvivenza esibite in 17 anni al potere - garantisce al suo Likud 24 seggi, ovvero due di più di quelli conquistati da Yashar, il partito di Gadi Eisenkot. E si prepara, se lo spoglio confermerà il risultato, ad attribuirsi la vittoria. E questo nonostante lo sfidante vanti due voti in più in quel domino delle coalizioni indispensabile per raggiungere quota 61 seggi e garantirsi la maggioranza alla Knesset.

Detto questo è evidente che non ci sarà alcuna svolta, alcun cambiamento.

Anche perché se riuscirà a ottenere dal presidente della Repubblica Isaac Herzog l’incarico di formare il governo, Eisenkot dovrà fare i conti con i partiti arabi e con le componenti meno di destra della sua maggioranza. E si ritroverà a snaturare il programma promesso in campagna elettorale. Pur di conquistare un voto piegato a destra dopo il 7 ottobre l’ex generale si era impegnato a strappare Gaza ad Hamas e a metterlo definitivamente fuori gioco nel giro di 18 mesi. Tutto questo escludendo nella maniera più assoluta la creazione di uno stato palestinese in Cisgiordania. «Sono fermamente contrario alla presenza di un esercito straniero tra il fiume e il mare» ripeteva fino a ieri prendendo a prestito lo slogan di Hamas che prevede la distruzione di Israele e la costruzione di uno stato palestinese dal fiume Giordano al Mediterraneo. E anche sugli insediamenti pur definendo «terroristi ebrei» i coloni più violenti la sua visione non s’allontanava troppo da quella dell’attuale premier. Mentre sulle guerre in Libano e Iran i distinguo erano più di forma di sostanza. Infatti non ha mai negato la necessità di colpire Repubblica Islamica o i suoi alleati di Hezbollah. Prometteva soltanto di farlo impiegando strategie e obbiettivi militari più chiari. Alla fine l’unico vero distinguo era l’impegno a spedire al fronte quegli ultraortodossi a cui Netanyahu ha sempre garantito l’esenzione della leva in cambio del sostegno dei partiti religiosi.

Ora però alleggerendo il programma per garantirsi l’indispensabile appoggio esterno di un blocco arabo forte di almeno 16 seggi rischia di snaturare la sua immagine di leader. Per non parlare del rischio di trovarsi in conflitto con un Donald Trump schierato con Netanyahu.

Un problema non da poco. L’impegno a eliminare Hamas dalla Striscia in soli 18 mesi implica, infatti, una serrata collaborazione con la Casa Bianca e l’applicazione del piano della pace per Gaza sottoscritto da Trump un anno fa. Neanche l’ipotesi di un governo di coalizione con Netanyahu, prospettata dal presidente Herzog, sembra garantire un grande futuro all’ex generale. Accettando il compromesso si ritroverebbe accusato di collaborare con il premier che aveva promesso di sconfiggere e sbattere davanti ad una commissione d’inchiesta.

Senza contare la difficoltà di convivere al potere con un gigante della politica dimostratosi capace di divorare e digerire alleati ben più esperti del ruvido, ma inesperto Eisenkot. Anche per questo nella notte dell’incertezza molti in Israele scommettevano di nuovo sull’eterno Bibi.

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