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Politica estera

Netanyahu, l’ultima sfida a 77 anni: la rimonta alle elezioni e il patto con Trump per fermare l’Iran

Il Likud resta primo partito secondo gli exit poll. Ma sul futuro di Bibi pesano il processo per corruzione, il mandato di arresto dell’Aja e l’ipotesi di una grazia in cambio dell’addio alla politica

Si sta giocando la sua ultima partita Benjamin ‘Bibi’ Netanyahu: a 77 anni, il premier più longevo della storia d’Israele che ha dominato la scena politica negli ultimi 30 anni, ha quasi supplicato gli israeliani di concedergli ancora due anni, facendo coincidere il suo destino politico con quello del suo alleato Donald Trump.

“Per rimuovere definitivamente la minaccia nucleare iraniana insieme a lui, e firmare anche accordi di pace con altri Paesi”, ha scritto nell’ultimo tweet prima dell’apertura delle urne. Malgrado le accuse e i veleni, secondo gli exit poll è riuscito a mantenere il suo Likud primo partito alla Knesset, risultato che praticamente nessuno alla vigilia gli accreditava. E a trascinare il suo schieramento in un testa a testa con il blocco degli oppositori.

Nato a Tel Aviv nel 1949, Netanyahu è un ex ufficiale dell’unità di élite Sayeret Matkal, con cui partecipò all’operazione di salvataggio dell’aereo Sabena dirottato nel 1972 insieme al suo comandante Ehud Barak, che negli anni diventerà il suo principale rivale politico. A 35 diventa ambasciatore all’Onu e nel 1996 viene eletto per la prima volta alla guida del Paese a 46 anni, diventando il premier più giovane. E oggi anche il più anziano.

L’ascesa politica e il rapporto con Trump

Cresciuto nel mito del fratello Yoni, caduto in un’altra operazione di salvataggio, a Entebbe nel 1976, e del padre Benzion, che fu segretario di Zeev Jabotinsky, l’ideologo del sionismo revisionista. Da lui ha ereditato l’approccio del ‘muro di ferro’, per cui la pace può essere raggiunta solo attraverso la forza.

Nel suo primo mandato mostrò presto un lato pragmatico, con le intese su Hebron e a Wye River, per cui strinse la mano all’allora leader dell’Olp Yasser Arafat.

Sconfitto da Barak nel 1999, torna nel 2003 come ministro delle Finanze sotto il governo Ariel Sharon, attuando una serie di riforme di stampo liberista - tagli alle tasse e alla spesa sociale, privatizzazioni - che all’epoca fecero infuriare i partiti ultraortodossi, oggi suoi alleati. Votò a favore del disimpegno dalla Striscia di Gaza voluto da Sharon, ma non lo seguì quando fuoriuscì dal Likud, diventandone da quel momento il leader indiscusso. Dal 2009, salvo la parentesi del governo Bennett-Lapid del 2021, ha governato Israele ininterrottamente.

Con Obama si impegnò nuovamente a tentare di riavviare i colloqui con i palestinesi, con il famoso discorso di Bar Ilan, per cui congelò le costruzioni negli insediamenti in Cisgiordania per 10 mesi.

Della minaccia iraniana scrive e parla dagli anni ’90 e l’incrinatura dei rapporti con la presidenza Usa arriva quando nel 2015 pronuncia un discorso al Congresso contro l’accordo Jcpoa, fiore all’occhiello dell’amministrazione Obama, da cui tre anni dopo riuscirà a convincere Trump a ritirarsi, spianando la lunga via che ha portato i due alleati - che si conoscono dagli anni ’80 - meno di un decennio dopo all’attacco a Teheran.

È sempre con Trump - e più precisamente con il ruolo chiave giocato dal genero Jared Kushner e dal braccio destro di Bibi Ron Dermer - che nell’agosto 2020 segna una svolta regionale con la firma degli Accordi di Abramo, con Emirati, Bahrein e Marocco, un percorso che certificava l’integrazione israeliana nel Medioriente, voltando le spalle alla causa palestinese, che aveva come apice la normalizzazione con i sauditi e che l’attacco del 7 ottobre 2023 pianificato da Hamas mirava a interrompere.

I processi e l’ultima sfida elettorale

Su Bibi pende un mandato di cattura per crimini di guerra da parte della Corte dell’Aja, e anche sul fronte interno, già dal 2016 il suo percorso politico corre in parallelo con le indagini e poi il processo che lo vedono imputato per corruzione, frode e abuso di fiducia e che lui e la sua base di fedelissimi - almeno quel 20% degli israeliani che continuano a seguirlo ciecamente - vedono come ‘persecuzione politica’.

La riforma giudiziaria presentata dal suo ultimo governo a inizio mandato è vista come una vendetta personale contro il sistema. Anche durante questi anni di guerra, per un anno e mezzo si è presentato in tribunale circa tre volte a settimana per la sua testimonianza.

Il suo finale politico potrebbe intrecciarsi con il destino del processo, con una domanda di grazia che attende risposta del presidente Herzog e che indiscrezioni vedono come il possibile do ut des per un’uscita dalla scena politica se il risultato elettorale non dovesse riconsegnargli le chiavi del Paese.

Per vincere questa volta, ha puntato tutto sulla ‘strategia della paura’: ‘O la destra o la Palestina’, la minaccia nucleare su Tel Aviv, che solo lui, Mr Sicurezza, può affrontare, sono stati i suoi principali messaggi elettorali. (ANSA).

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