«Ci hanno uccisi». Sul sito della Novaya Gazeta poche parole e la foto dell’ultima riunione di redazione: una stanza spoglia, i volti terrei dei giornalisti. «Il 9 novembre spegneremo le luci della nostra casa, dove abbiamo vissuto per 30 anni, spegneremo i server e ce ne andremo. Il giornale non esiste più. Le autorità russe e i servizi segreti hanno costretto la redazione a cessare l’attività». E la notizia, forse, non è che il giornale di Anna Politkovskaja, abbia chiuso, ma che fosse ancora in vita. Una vita malandata e disagevole, che il potere del Cremlino tirava in lungo perché sapeva di avere a che fare con l’unico simbolo rimasto di una certa Russia. «Non siamo morti, ci hanno uccisi insieme alla Costituzione» ha detto ieri lo storico direttore Dmitri Muratov, premio Nobel per la Pace nel 2021. «Si può solo ridere dell’articolo 29 della nostra Costituzione: la censura è vietata».
Dopo la guerra in Ucraina e la stretta autoritaria, due terzi dei giornalisti erano fuggiti all’estero, dove avevano fondata la Novaya Gazeta Europe. Una trentina avevano scelto di rimanere a Mosca, ma senza poter avere più avere rapporti con il giornale attivo fuori dai confini perché era
stato dichiarato «organizzazione indesiderata», e rischiavano la prigione. In Russia, dopo il ritiro della licenza per la pubblicazione cartacea, era diventato impossibile raccontare la guerra. In piedi e senza mezzi era rimasto il sito, che cercava di scrivere della vita degli oppositori. In aprile un giornalista investigativo, Oleg Roldugin, è stato arrestato per aver parlato dell’arricchimento del clan del leader ceceno Ramzan Kadirov; a metà ottobre è stato fermato e interrogato anche l’attuale direttore Serghei Sokolov. Visti i procedimenti in corso si è fatta più concreta la possibilità che il giornale, o quel che ne rimaneva, fosse dichiarato organizzazione estremista, con l’arresto dell’intero staff. Per questo lunedì scorso è arrivata la decisione di chiudere tutto. Ora nella redazione, in pieno centro a Mosca, gli ultimi presenti stanno liberando cassetti e scrivanie.
A fondare la Novaya Gazeta è stato nel 1993 Muratov con qualche decina di colleghi che avevano dato le dimissioni dalla Komsomolskaja Pravda. Una mano era arrivata da Michail Gorbaciov, che aveva versato parte del suo premio Nobel per acquistare i computer e che per questo aveva ricevuto una quota del 10%. Il primo cavallo
di battaglia erano state le guerre cecene con il loro carico di morti ed orrori. E proprio per i suoi reportage dalla Cecenia era stata uccisa Anna Politkovkaja, finita a colpi di pistola sulle scale di casa sua, il 7 ottobre 2006, giorno del compleanno di Putin. Come lei altri cinque redattori hanno perso la loro vita nel corso di questi anni. La Novaya Gazeta è stato il primo giornale a riferire che in Donbass nel 2014 non combattevano i miliziani ribelli ma le truppe regolari di Mosca. Ed è stato anche il primo a scrivere che il gruppo di mercenari della Wagner era controllato dall’allora semi sconosciuto Evgeny Prigozhin. Scoppiata la guerra ucraina, e diventata irrespirabile l’atmosfera per i giornalisti, Muratov ha deciso di sfidare la censura con un numero in cui il titolo, «Senza parole», era seguito da una serie di pagine bianche. La tiratura è andata in poche ore esaurita. Ieri sul sito del giornale la seconda notizia parlava di un rapporto dell’associazione Memorial (dichiarata illegale dal Cremlino): da quando è scoppiata la guerra 69 prigionieri politici sono morti nelle carceri russe.
