Sarà peggio governare con i partiti arabi o permettere a Benjamin Netanyahu di restare al potere? Soprattutto dopo aver promesso di sconfiggerlo e trascinarlo davanti a tribunali e commissioni d’inchiesta. È il grande dilemma di Gadi Eisenkot, lo sfidante rimasto in mezzo al guado. Ma è anche l’enorme paradosso di Israele, un Paese dove il primo appuntamento elettorale dopo il 7 ottobre trasforma i partiti arabi nell’ago della bilancia della governabilità.
Il perché è presto detto. Grazie all’affluenza senza precedenti di una componente araba che rappresenta il 20 per cento della popolazione il partito islamista Ra’am e la Lista Unita (un coacervo di gruppuscoli che vanno dai vetero-comunisti ai portabandiera del nazionalismo palestinese) ipotecano ben 19 dei 120 seggi della Knesset. Grazie a quel manipolo di deputati potrebbero essere loro a decidere chi formerà il nuovo governo. Se la coalizione, ferma a 48 seggi, guidata dal partito Yashar di Eisenkot o quella del premier Benjamin Netanyahu forte di 53 deputati. Ma nella politica israeliana, condizionata dal 7 ottobre e dall’eterno conflitto con i palestinesi, l’aritmetica non è mai una scienza perfetta. Quei 19 cruciali seggi devono infatti misurarsi con la preclusione a qualsiasi alleanza con le formazioni arabe espressa più volte in campagna elettorale da Eisenkot. Una pregiudiziale ancor più accesa nel caso di Netanyahu che - in linea con i ministri messianici Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich - ha sempre liquidato come illegittima la presenza della minoranza araba nella Knesset.
Ora però quei 19 seggi fanno gola. E infatti, stando a quanto fa capire Mansour Abbas, leader degli islamisti di Ra’am, lo spregiudicato Netanyahu avrebbe già proposto ai gruppi arabi una mezza alleanza. Non sarebbe una grande novità. Bibi ci provò già nel 2021 quando invitò Ra’am a entrare nella sua coalizione anziché, come poi avvenne, in quella guidata da Naftali Bennett e Yair Lapid. Ma oggi accettare un posto al fianco di ministri come Smotrich e Ben Gvir equivarrebbe a un tradimento. Dunque l’obbiettivo di Ra’am e della Lista Unita è quello di mettersi in gioco garantendo voti o un semplice l’appoggio esterno alla coalizione di Eisenkot. Ma qui casca Gadi. Per un generale che piange un figlio e due nipoti caduti in quel di Gaza scendere a patti con gli esponenti arabi dopo aver giurato di non farlo a nessun costo rappresenta una scelta imperdonabile. Un voltafaccia capace di precludergli la fiducia di tutta quella destra che vedeva in lui l’alternativa pulita a Netanyahu.
Ma Eisenkot deve fare i conti anche con un altro rischio. Il fattore arabo minaccia infatti di dilaniare e frammentare la sua stessa coalizione. Yair Golan, leader dei democratici e capofila della sinistra all’interno del blocco anti-Netanyahu invoca apertamente la necessità dell’alleanza. «Abbiamo una maggioranza e abbiamo una responsabilità perché - dice Golan - abbiamo l’opportunità di formare un governo del cambiamento assieme ai cittadini arabo-israeliani». Storicamente non sarebbe una novità. Nel 1993, ben prima di Bennett, anche l’ex generale Yitzhak Rabin governò con l’appoggio esterno dei gruppi arabi. E lo stesso fece il suo successore Shimon Peres. Ma erano altri tempi. Tempi non ancora segnati dalla sottile linea rossa del 7 ottobre. Una linea che paralizza Eisenkot e minaccia paradossalmente di garantire la sopravvivenza dell’imperituro Netanyahu.
