Andy Burnham non è ancora arrivato alla guida del Labour ma attorno alla sua possibile candidatura è già esplosa la prima guerra culturale. A innescarla non sono stati i programmi economici, il dossier immigrazione o il futuro del governo britannico. È bastata una definizione: quella di leader dalla sensibilità “femminile”, accompagnata dall’ipotesi di un’agenda fortemente femminista. Parole che avrebbero dovuto rafforzare l’immagine dell’ex ministro e sindaco di Manchester, indicato come uno dei possibili successori di Keir Starmer. Hanno invece prodotto l’effetto opposto, offrendo a JK Rowling l’occasione per colpire ancora una volta le contraddizioni dell’iper-progressismo britannico.
La mamma di Harry Potter ha riassunto la vicenda con una delle sue consuete provocazioni: il Labour, dopo anni di attesa, avrebbe finalmente trovato una donna da candidare alla guida del Paese. Peccato che si tratti di Andy Burnham. Rowling ha descritto il politico laburista come una sorta di futuro primo ministro “femmina in tutto e per tutto, tranne che nel genere sessuale”. Una battuta destinata a fare rumore, soprattutto perché pronunciata da una delle figure più esposte nello scontro britannico sull’identità di genere.
Da anni la scrittrice contesta l’idea secondo cui l’identità dichiarata possa cancellare completamente la realtà biologica. Le sue posizioni le sono costate accuse, insulti, campagne di boicottaggio e scontri con una parte dello stesso mondo culturale che aveva contribuito a consacrarla. Questa volta, però, non ha avuto bisogno di costruire il paradosso: glielo ha servito direttamente il Labour. Alla base della polemica ci sono alcune indiscrezioni attribuite ad ambienti vicini a Burnham e rilanciate dalla stampa. Il possibile successore di Starmer starebbe preparando una linea politica fortemente orientata ai diritti delle donne, alla parità e alla promozione di figure femminili nei principali incarichi di governo.
Tra le ipotesi circolate vi sarebbe anche quella di affidare alle donne diversi ministeri di primo piano, presentando un eventuale esecutivo Burnham come il volto di una nuova stagione laburista. Un’impostazione che i suoi sostenitori considerano moderna e innovativa, ma che i critici giudicano soprattutto un’operazione d’immagine. Il cortocircuito nasce quando l’agenda politica viene trasformata in una qualità quasi biologica del candidato. L’attenzione per la sanità, l’istruzione e le politiche sociali diventa così la prova di una leadership “femminile”. Come se occuparsi di questi temi fosse una caratteristica naturale delle donne e non una normale responsabilità di qualsiasi governo. È un paradosso difficile da ignorare. La sinistra che per anni ha combattuto contro gli stereotipi di genere finisce per recuperarli nel momento in cui deve costruire il profilo del proprio candidato. Burnham sarebbe dunque “femminile” perché sensibile, inclusivo e attento al welfare. Una descrizione che, nel tentativo di apparire progressista, ripropone la più tradizionale delle divisioni tra ruoli maschili e femminili.
Nella polemica è intervenuta anche Kemi Badenoch. La leader conservatrice ha liquidato l’operazione con una frase altrettanto tagliente: il Labour, ha sostenuto, continua a non sapere che cosa sia una donna. E non è mancata una stoccata a Starmer, reo di aver creato una “cultura da club per soli uomini” a Downing Street. Ricordiamo che il tema della definizione del sesso biologico è da tempo uno dei principali terreni di scontro nella politica britannica.
Da una parte c’è chi insiste sul riconoscimento dell’identità di genere, dall’altra chi ritiene che la tutela degli spazi e dei diritti femminili non possa prescindere dalla distinzione tra uomini e donne. JK Rowling non ha dubbi sul punto e le chiacchiere su Burnham le hanno servito un assist perfetto.