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lucio martino

Pure battuto sarà vincente

Radicalizzerà i suoi tratti distintivi in senso unilaterale

President Donald Trump departs a campaign rally at the Oncenter, Friday, Oct. 9, 2026, in Syracuse, N.Y. (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Mentre arrivano i risultati, l’America non sceglie soltanto chi controllerà Camera e Senato. Stabilisce soprattutto chi, dentro i due partiti, avrà il diritto di raccontare il risultato. Perché la posta vera non è il 3 novembre 2026 ma il 7 novembre 2028, e nelle prossime ore conterà meno chi ha vinto che chi potrà dire di aver vinto. Donald Trump la sua lettura l’ha già scritta: i presidenti, a metà mandato, perdono quasi sempre. Una sconfitta alle Camere sarebbe quindi fisiologica, non un verdetto su di lui. È una difesa solida, perché il lavoro che conta è stato fatto prima: le primarie hanno consegnato il partito a Trump, i dissidenti sono stati messi in minoranza, e il risultato di queste ore difficilmente può rovesciare questo equilibrio.

Una Camera ostile gli restituirebbe anzi un ruolo che sa interpretare bene, quello della vittima di un’opposizione che non lo lascia governare. Il test vero sta nei collegi dove il presidente ha rimosso gli uscenti, e il più chiaro è il Texas, dove Paxton ha preso il posto di Cornyn. Se i repubblicani li perdono, la colpa sarà dei candidati; se li tengono, il merito sarà suo. La lettura è già pronta in entrambe le direzioni, ed è questo il segno di un controllo del partito che non dipende dai risultati.

Sul fronte democratico la posta è opposta, perché il partito non ha un capo e ha due anime. Una vittoria costruita con candidati moderati nei collegi in bilico consacrerebbe i tradizionalisti; un successo trainato dalla sinistra darebbe forza all’ala socialista, che finora ha vinto soprattutto in distretti sicuri. Chi riuscirà a intestarsi la vittoria partirà in vantaggio nella corsa del 2028, e dalla lettura di queste ore si capirà se quella corsa si apre nel segno di un tradizionalista come Newsom o di Ocasio-Cortez. Nelle prime ore dello spoglio, poi, la partita sarà quella dei tempi. Quando il risultato è incerto, la narrazione la scrive chi occupa prima il campo, ed entrambi i fronti sono già pronti a farlo. L’Alaska ne è l’esempio: il conteggio del voto per rango, se nessuno supera il 50%, comincia solo il 18 novembre, e nelle settimane di attesa, tra ricorsi, inchieste e accuse incrociate attorno all’omonimo del senatore Sullivan, ciascuno potrà raccontare quel seggio a modo suo. Lo stesso vale per la California, dove lo spoglio delle schede per posta richiede tempo e il Dipartimento di Giustizia ha già contestato 20mila schede di presunti non cittadini.

Per chi in Europa auspica una vittoria democratica, vale il vecchio monito: attenzione a ciò che si desidera, perché si potrebbe ottenerlo. Comunque vada, la politica estera resterà nelle mani del presidente. Un Trump che sa leggere anche una sconfitta come una vittoria non ha motivo di cambiare rotta, bensì di radicalizzare i suoi tratti distintivi, in una direzione ancora più ancora più unilaterale e transazionale.