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Politica estera

Questi democratici non possono gioire. Scelta contingente

Sul territorio i dem hanno rappresentato al meglio le richieste di cambiamento dei conservatori

epa13353697 United States President Donald J Trump (C) claps his hands as he addresses construction workers in the new White House Ballroom space the White House in Washington, DC, USA, 04 November 2026. EPA/ANNABELLE GORDON / POOL

I risultati delle elezioni di Midterm dimostrano come il ribaltamento della mappa politica americana non sia il frutto di un’improvvisa conversione dell’elettorato alle idee progressiste, bensì il risultato della rottura dell’alleanza originale che aveva spalancato a Donald Trump le porte della Casa Bianca. I democratici hanno beneficiato della defezione di una parte dell’elettorato conservatore, delusa da una presidenza che non avrebbe fatto abbastanza. Insomma, Trump non è stato abbastanza trumpiano.

Nel 2016 e nel 2024, la vittoria conservatrice si era retta sul patto strategico tra la tradizione jacksoniana, nazionalista, impregnata di ethos militare e per nulla avversa a uno Stato che tassa e spende, e il rigorismo jeffersoniano, legato all’isolazionismo in politica estera, allo scetticismo verso le élite e gli apparati statali e al rispetto del pareggio di bilancio.

La seconda amministrazione Trump ha finito per alienare questo blocco perché il potere centrale non ha mantenuto le promesse: lo smantellamento delle burocrazie non elette e il prosciugamento della «palude» washingtoniana non si sono realizzati, l’Fbi non è stata sciolta né ridimensionata, il muro al confine con il Messico è rimasto incompiuto e le espulsioni dei clandestini non sono aumentate. Anche la promessa di trasparenza sui documenti del caso Epstein è stata mantenuta soltanto dopo che il Congresso ha imposto per legge la loro pubblicazione, superando le resistenze della stessa amministrazione. L’intervento contro l’Iran è accettabile per i jacksoniani, che considerano l’Iran un nemico da sconfiggere, ma non per i jeffersoniani, che lo giudicano un dispendio ingiustificato di risorse. Allo stesso modo, sul piano internazionale non vi è stato l’atteso disimpegno dall’Ucraina né l’uscita formale dalla Nato.

Di fronte all’abbandono di questi impegni, la spinta alla riscossa è montata spontaneamente dal basso. È stato l’elettorato jeffersoniano a occupare lo spazio democratico: in Iowa, la vittoria di Josh Turek ha riflesso la reazione delle comunità rurali del Midwest. In Ohio, la conferma di Sherrod Brown ha testimoniato la mobilitazione autonoma di una base comunitaria. In South Carolina e in Texas, l’elezione di Annie Andrews e il successo di James Talarico hanno dato voce rispettivamente al malcontento verso l’establishment e all’insofferenza del conservatorismo nei confronti della politica federale. Infine, in Michigan e nel Maine, le affermazioni di Abdul El-Sayed e Troy Jackson hanno confermato la capacità di candidature fortemente radicate nel territorio di raccogliere consenso trasversale.

I Democratici non hanno riconquistato questi elettori grazie al programma. Se la sfida si fosse giocata sul modello progressista e tecnocratico tradizionale, la base conservatrice rurale avrebbe preferito l’astensione o confermato, a malincuore, il voto ai repubblicani. Non è stata dunque l’adesione al partito a determinare il cambiamento, ma la scelta di una parte dell’elettorato scontento.

Il risultato elettorale rivela così un paradosso: la crisi della coalizione repubblicana non coincide ancora con la nascita di una nuova coalizione democratica capace di sostituirla. Trump conserva il controllo del partito, ma perde una parte della coalizione. I democratici conquistano il Congresso anche grazie a elettori che non condividono la loro identità politica e il loro programma. La nuova maggioranza risulta elettoralmente vincente, ma potenzialmente divisa sul piano programmatico. La conseguenza va oltre il risultato elettorale: le culture politiche che pro-Trump non dipendono più dal Partito Repubblicano per trovare uno sbocco istituzionale. La loro capacità di condizionare le candidature e orientare il consenso si è estesa anche al campo democratico. Più che una conversione dell’America al progressismo, ci troviamo di fronte a una temporanea convergenza di interessi contro una presidenza che non ha soddisfatto le aspettative.

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