Donald Trump è sopravvissuto a bancarotte, scandali, impeachment, condanne penali e a una sconfitta elettorale che avrebbe chiuso la carriera politica di chiunque altro. È risorto così tante volte che persino i suoi avversari hanno imparato a diffidare dei necrologi politici. Ma la disfatta alle elezioni di Midterm potrebbe avere riservato al tycoon qualcosa di assai più pericoloso dell’ennesima umiliazione: l’inizio della sua irrilevanza.
Per un uomo che misura il potere in ascolti tv, titoli di giornali e reazioni sui social, difficilmente si potrebbe immaginare una punizione più crudele. Trump resta presidente, naturalmente. Comanda ancora l’apparato militare più potente del mondo, controlla il potere esecutivo e dispone della formidabile arma del veto. Ma la sua autorità politica ha subito un colpo potenzialmente irreversibile. Washington è entrata ufficialmente nella stagione dell’«anatra zoppa» e i repubblicani cominciano a farsi la domanda che hanno evitato per un decennio: che cosa verrà dopo? Sul fronte interno, le conseguenze per Trump saranno pesanti. La coabitazione con un Congresso a trazione dem non sarà facile. Nemmeno la politica estera, tradizionale rifugio dei presidenti indeboliti sul fronte interno, offre una facile via d’uscita.
Gli interlocutori internazionali cominceranno a fare i loro calcoli. A Mosca, Pechino, nelle capitali europee e in Medioriente, la domanda non sarà soltanto che cosa vuole Trump, ma quanto a lungo sopravvivrà la sua influenza. Lo sguardo si sposterà progressivamente verso il 2028, verso un’America il cui prossimo presidente potrebbe rinnegare buona parte dell’eredità trumpiana.
Questo non significa che Trump sia diventato impotente. Un presidente americano può ancora avviare negoziati, imporre dazi, esercitare l’autorità militare e provocare crisi internazionali. Ma c’è una differenza tra esercitare il potere e determinare il futuro.
Trump potrebbe conservare il primo e perdere progressivamente il secondo. La battaglia più importante si combatterà all’interno del partito repubblicano. Per 10 anni, la fedeltà a Trump è stata la condizione indispensabile per sopravvivere politicamente. Ora quel meccanismo comincia a mostrare le prime crepe. Il vicepresidente JD Vance ha già attribuito la sconfitta alla guerra contro l’Iran, prendendo pubblicamente le distanze da una delle scelte più controverse. E per ore si è pensato che sul banco degli imputati finisse il segretario della Difesa Pete Hegseth. Ma poi è arrivata la smentita dallo Stesso Trump: «Non sto valutando di rimuoverlo, sta facendo un ottimo lavoro». Le primarie 2028 rischiano così di trasformarsi in un referendum non sui successi di Trump, ma su quanto trumpismo il partito possa ancora permettersi. Ed è qui che si nasconde il vero incubo del tycoon. Ha sempre compreso una regola fondamentale della politica contemporanea: l’attenzione è potere. Ma con l’avvicinarsi della campagna per la successione, i giornalisti cominceranno a seguire i candidati alla nomination. I grandi finanziatori sposteranno altrove i soldi. I commentatori discuteranno del futuro del partito. I sondaggisti misureranno la popolarità di politici che non si chiamano Trump. Certo, non accadrà dall’oggi al domani. A Trump basterà ancora una dichiarazione incendiaria per conquistare le prime pagine. Ma la prospettiva di diventare una notizia di ieri rappresenta una minaccia diversa da quelle affrontate finora.
Trump può combattere il Congresso, attaccare i media, minacciare i repubblicani disobbedienti e tentare di imporre il nome del successore. Quello che non può fare è fermare il calendario. Per Trump, la sconfitta non è mai stata l’umiliazione definitiva. Più volte è riuscito a trasformare una disfatta in un torto, il risentimento in pubblicità e la pubblicità in resurrezione. L’irrilevanza non offre le stesse opportunità.
