Navanethem “Navi” Pillay, giudice sudafricana ed ex Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha definito “senza precedenti e inaccettabili” le nuove sanzioni annunciate dall’amministrazione di Donald Trump contro la Corte penale internazionale. Una presa di posizione che arriva all’indomani dell’assegnazione del Nobel per la Pace 2026 alla giurista 85enne, premiata per il suo contributo alla difesa del diritto internazionale e alla lotta contro l’impunità per i crimini più gravi.
Era stato il segretario di Stato americano Marco Rubio, ieri, a comunicare nuove misure restrittive contro la Corte, estendendo la pressione statunitense dall’ambito delle sanzioni individuali all’istituzione nel suo complesso. Un salto di qualità destinato a incidere non soltanto sulle attività giudiziarie, ma anche sul funzionamento amministrativo e finanziario dell’organismo.
Le misure prevedono restrizioni sulle transazioni finanziarie, sui rapporti con le imprese statunitensi e sull’accesso a servizi tecnologici essenziali. Washington ha previsto un periodo transitorio di 180 giorni per consentire la cessazione di determinate attività e rapporti commerciali.
Rubio ha giustificato la decisione sostenendo che gli Stati Uniti non consentiranno alla Corte di esercitare la propria giurisdizione sui cittadini americani. La posizione della Casa Bianca riflette una contrapposizione di lunga data: Washington non aderisce allo Statuto di Roma, il trattato istitutivo della Cpi, e contesta la possibilità che l’organismo giudiziario possa intervenire nei confronti di cittadini di Paesi che non ne riconoscono la giurisdizione.
La risposta dell’Aia è stata durissima. La Corte ha denunciato un tentativo di ostacolare l’amministrazione della giustizia e di intimidire coloro che lavorano o collaborano con l’istituzione. Il rischio, secondo i suoi rappresentanti, non riguarda soltanto il futuro dei procedimenti in corso, ma la stessa capacità operativa di un tribunale chiamato a giudicare genocidi, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.
Le sanzioni americane hanno scatenato una reazione internazionale che coinvolge alcuni dei principali alleati degli Stati Uniti. La Commissione europea, le Nazioni Unite e diversi governi occidentali hanno espresso i propri timori per le conseguenze della decisione. Tra i Paesi intervenuti figurano Germania, Paesi Bassi, Spagna e Belgio, mentre anche Canada e Giappone hanno manifestato il proprio sostegno all’istituzione giudiziaria.
Particolarmente delicata è la posizione dei Paesi Bassi, che ospitano la sede della Corte all’Aia. Il governo olandese ha manifestato a gran voce la volontà di tutelarne il funzionamento, mentre in Europa sono tornate in auge i dibattiti sulle tutele giuridiche da mettere in atto al fine di proteggere l’istituzione e i suoi collaboratori dagli effetti delle misure americane.
