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Politica estera

Serbia al voto, per Vučić la sfida più grande

Belgrado chiamata a decidere se riaffidare il potere all’eterno Vučić aprire le porte ad un movimento senza capi e senza un vero programma

Davide contro Golia. Così, con un paragone biblico, è stata rappresentata la competizione elettorale parlamentare andata in scena oggi in Serbia. Circa sei milioni e mezzo di elettori e 18, sulla carta, le liste scese in campo. La vera sfida è però ridotta solo a due liste: Serbia unita del presidente uscente Aleksandar Vucic alla guida del Partito progressista serbo (Sns) e la Lista “Gli studenti vincono”, nata dopo le proteste che hanno sconvolto il Paese due anni fa a seguito del crollo di una tettoia della stazione di Novi Sad, una tragedia in cui morirono 16 persone. In attesa di conoscere i risultati - i seggi sono stati chiusi alle 20:00 e con gli exit poll vietati bisognerà attendere ancora qualche ore per capire il responso delle urne - un dato ha già destato grande attenzione. Quello dell’affluenza, al 60,8% alle 16:00, cioè il 13% in più rispetto alla precedente tornata del 2023. Un dato non definitivo che non è così lontano dal record del 71,4% registrato alle elezioni parlamentari del 1990.

Vučić, che è già stato primo ministro dal 2014 al 2017 prima di occupare per due mandati il ruolo di presidente, si è dimesso a settembre, impossibilitato a correre per un terzo mandato e con la scommessa di poter tornare a guidare ancora una volta il governo. In tutti questi anni Vučić, che è stato ministro dell’informazione sotto Milosevic, ha fomentato il sentimento nazionalista - testimoniato di recente dai funerali del boia di Srebrenica, Ratko Mladic - facendo regredire la Serbia nelle classifiche della libertà di stampa e della corruzione. Proprio quest’ultimo tema sarebbe alla base delle proteste scatenate dalla tragedia di Novi Sad. Brogli e intimidazioni sono stati denunciati durante le elezioni del 2023 e irregolarità sono state riportate anche oggi.

L’Sns di Vučić domina incontrastato dal 2012, stesso anno in cui Belgrado è diventato candidato membro dell’Unione Europea. Processo che però da allora non ha fatto segnare molti progressi. Rimanendo nell’ambito delle relazioni internazionali, l’uomo forte della Serbia ha coltivato complesse relazioni con la Russia, la Cina e gli Stati Uniti. Assieme al leader slovacco Robert Fico, Vučić è tra i più vicini a Putin - i due l’anno scorso hanno partecipato alla parata della vittoria a Mosca - sebbene ad agosto abbia ricevuto anche il presidente ucraino Zelensky.

Per la prima volta il dominio incontrastato del presidente uscente vacilla. Come anticipato l’opposizione al presidente uscente si è coalizzata nella Lista studentesca - 250 i candidati tra universitari e professori - quotata attorno al 44 contro circa il 42 della coalizione di Vučić. L’opposizione non ha né un candidato premier né, di fatto, un programma e punta tutto sulla lotta alla corruzione. Chi pensa ad una svolta più marcatamente occidentale in politica estera rimane deluso. Sia il dossier europeo che quello legato al Kosovo non sono stati ben definiti dai Davide in lotta contro Golia. Spia forse che, anche in caso di una loro vittoria, la Serbia ha ancora un lungo cammino da compiere.

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