Le elezioni in Israele di ieri sono state le prime dopo i sanguinosi attacchi del 7 ottobre 2023, guidati da Hamas, e i successivi conflitti a Gaza, in Libano e con l’Iran. Sono state inoltre considerate dagli israeliani come tra le più decisive nella storia del Paese, poiché possono determinare non solo la futura leadership del Paese, ma anche se Israele proseguirà lungo l’attuale linea dura, di stampo nazionalista-religioso. Tra i temi centrali della campagna elettorale ci sono stati: le responsabilità che hanno reso possibili gli attacchi del 7 ottobre, la gestione dei conflitti regionali, il servizio militare, le riforme del sistema giudiziario e la posizione di Israele sullo scenario internazionale. Gli attacchi del 7 ottobre hanno inizialmente compromesso l’immagine del primo ministro Benjamin Netanyahu come “Mister sicurezza”. Ma Bibi in vista delle elezioni ha risposto cercando di proporre agli israeliani una nuova versione di sé, ancora più intransigente. Il primo ministro ha definito e dominato la politica del suo Paese per tre decenni e, in vista del voto, ha costretto i suoi rivali sulla difensiva. E nella notte è arrivata la sorpresa, dopo momenti di scoramento. Netanyahu inizia a festeggiare con i sostenitori mentre gli exit poll si aggiornano a suo favore. Con quasi il 52% dei voti scrutinati, il blocco a sostegno di King Bibi è in vantaggio sull’opposizione sionista per 55 seggi a 49, mentre i restanti seggi sono detenuti dai partiti arabi, una vittoria storica per questi ultimi, che potrebbero rivelarsi l’ago della bilancia. Netanyahu dunque è in vantaggio su Gadi Eisenkot, nonostante le previsioni pre elettorali in suo sfavore. Ma qual è stata la tattica di Netanyahu per ottenere questo risultato? Innanzitutto distrarre l’opinione pubblica dai problemi del Paese, dalla crisi economica, al 7 ottobre e ai suoi problemi giudiziari. Poi, giocare in attacco e mettere sulla difensiva i suoi avversari, non dotati della sua abilità politica e del suo carisma.Anche se, va detto, entrambi gli schieramenti non raggiungono la maggioranza dei 61 seggi senza i partiti arabi. Le prime parole di Netanyahu nella notte sono di fuoco: “Dobbiamo formare un governo forte, nazionale e di destra, e rimuovere la minaccia esistenziale proveniente dall’Iran”. Poi afferma che il blocco di destra ha una ”maggioranza decisiva tra il pubblico ebraico e tutti coloro che sostengono lo Stato ebraico”. Rivolgendosi ai sostenitori del partito dopo le 3 del mattino dal quartier generale elettorale del Likud a Gerusalemme, Netanyahu ha sottolineato i successi militari di Israele e ha prospettato la possibilità di una nuova azione congiunta con il presidente statunitense Donald Trump contro l’Iran. Ancora Bibi il guerriero. Eisenkot aveva avvertito Netanyahu di non utilizzare la sicurezza di Israele per fini politici. Nel corso del suo discorso, Netanyahu ha affermato che Israele deve vincere la guerra contro l’Iran e porre fine al suo governo islamista. “Non è ancora finita, perché finché esisterà questo regime fanatico, un regime che ha fatto della nostra eliminazione la propria ragion d’essere, esso tenterà ancora una volta di distruggerci. È in nostro potere, insieme al nostro meraviglioso amico, il presidente Trump, eliminare questa minaccia una volta per tutte”, ha dichiarato. “Israele si trova di fronte a un’opportunità storica unica, insieme al nostro partner, il presidente Trump, per rimuovere una volta per tutte la minaccia esistenziale rappresentata dall’Iran. Tuttavia, altri interessi non possono, e non devono, distoglierci da questa sacra missione”, ha aggiunto.Il primo ministro ha sottolineato anche che il Likud rimane il principale partito in Israele. Secondo i sondaggi, avrebbe ottenuto 27 seggi. Gli elettori si sono confrontati, come già ricordato, con il trauma del giorno più sanguinoso nella storia di Israele – quando Hamas ha ucciso 1.200 persone e ne ha prese in ostaggio 251 – e con le guerre che ne sono seguite: a Gaza, contro Hezbollah in Libano e contro l’Iran. Sebbene Netanyahu sia stato criticato per quello che è considerato il più grave fallimento della sicurezza nazionale, egli ha sostenuto di aver reso Israele e il mondo più sicuri, eliminando i vertici di Hamas, Hezbollah e dell’Iran. Una strategia che evidentemente ha convinto, ancora una volta. Bibi infatti si è presentato come il leader dotato della determinazione necessaria per affrontare i nemici del Paese. Ha concentrato l’attenzione sul nemico esterno per distogliere l’attenzione dai temi per cui è stato fortemente attaccato. Netanyahu ha sorpreso ancora e sparigliato le carte che lo davano verso la resa. La sua carriera è lunga e lui non è certo un leader carente di leadership. Ha 77 anni e ha ricoperto la carica di primo ministro per quasi 19 degli ultimi 30 anni, superando più volte crisi politiche. Dal 2009, i suoi oppositori sono riusciti a sottrargli la guida del governo una sola volta, dopo quattro tornate elettorali inconcludenti nel giro di due anni. Diciotto mesi più tardi, era già tornato al potere. Si è presentato alle elezioni dovendo rispondere di accuse di corruzione, che egli respinge, sostenendo di essere vittima di un complotto della magistratura che ne vuole la sua morte politica. Abile nella retorica, nella tattica e nelle trovate, rimane sempre in sella.Eisenkot, invece, leader del partito Yashar e figura di spicco dell’opposizione, senza però la forza trascinante di Bibi – a cui gli exit poll assegnano almeno 21 seggi – ha spiegato che indire nuove elezioni sarebbe “un errore”. Ha dichiarato che farà “tutto ciò che è in suo potere per formare un governo sionista, favorevole alla leva militare nelle Forze di Difesa Israeliane”, rivolgendo al contempo un avvertimento a Netanyahu: “Non osare usare la sicurezza di Israele per il tuo tornaconto politico”. Eisenkot da parte sua anche se rappresenta una rottura rispetto alla guida di Netanyahu e ai suoi alleati di estrema destra, non rinnega l’approccio intransigente in materia di sicurezza, che si è ulteriormente radicato dopo l’attacco di Hamas del 2023. È contrario alla creazione di uno Stato palestinese e sostiene che l’ala militare di Hamas debba essere distrutta o smantellata. Secondo Eisenkot, la risposta di Israele si è rivelata un fallimento, dato che Hamas è rimasto al potere. Le proiezioni quindi sono a favore di Netanyahu, anche qualora gli exit poll non indicassero un chiaro vincitore. E i partiti arabi, esterni ai due blocchi principali, potrebbero detenere l’ago della bilancia. Tuttavia, sia Eisenkot che Netanyahu hanno escluso la possibilità di formare un governo con loro.Nessuno dei due schieramenti quindi raggiunge i 61 seggi necessari per ottenere la maggioranza nella Knesset, composta da 120 parlamentari. E lo stallo potrebbe giocare a favore di Netanyahu, consentendogli di rimanere in carica come primo ministro ad interim durante quelle che si preannunciano come lunghe trattative per la formazione di una coalizione, o addirittura fino a nuove elezioni. I partiti religiosi di estrema destra, guidati da Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, otterrebbero complessivamente 14 seggi all’interno del blocco di Netanyahu, senza registrare guadagni significativi. Mentre nel quartier generale della “Lista Comune” (Joint List), un’alleanza che raggruppa diversi partiti arabi, sono scoppiati fischi e applausi alla diffusione degli exit poll, in una notte storica per l’affluenza alle urne tra i cittadini palestinesi di Israele. Il leader della “Lista Comune” ha affermato che il partito “non può essere ignorato”. Gli exit poll indicano che la “Lista Comune” e la “Lista Araba Unita” (United Arab List) – entrambe coalizioni a maggioranza araba – otterrebbero circa 16 seggi, rispetto ai 10 seggi detenuti dai due partiti nella Knesset uscente. Essi si profilano come gli “arbitri”, i kingmaker di queste elezioni. Potrebbero infatti sostenere dall’esterno il blocco dell’opposizione. Comunque la loro presenza nella Knesset potrebbe riuscire a moderare le politiche di Israele nei confronti dei territori palestinesi.Passiamo al dato dell’affluenza alle urne. E’ stata del 77,7%, si tratta del più alto degli ultimi vent’anni, circa 7 punti percentuali in più rispetto al 2022. I risultati definitivi sono attesi per giovedì o venerdì. Ricapitoliamo cosa potrebbe accadere. Il frammentato sistema politico israeliano rende i partiti minori potenziali «ago della bilancia» nei negoziati per la formazione di una coalizione, un processo che in passato ha richiesto settimane o addirittura mesi. Qualora nessuno dei due blocchi riuscisse a formare un governo, potrebbe rendersi necessaria una nuova tornata elettorale, un’ipotesi a cui Eisenkot si è opposto, vista l’elevata partecipazione al voto. Se le proiezioni degli exit poll venissero confermate, la coalizione nazional-religiosa di Netanyahu, che al suo apice contava 68 seggi, si troverebbe però ben al di sotto dei 61 necessari per governare. Una volta confermati i risultati definitivi e dopo aver consultato tutte le fazioni politiche, il presidente di Israele Isaac Herzog incaricherà il leader di partito che, a suo avviso, ha maggiori probabilità di riuscire a formare una coalizione di governo, un processo che potrebbe richiedere settimane. Qualora il tentativo non avesse successo, si renderebbe necessaria una nuova tornata elettorale.

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