Da ago della bilancia a pomo della discordia. I partiti arabi finiscono nel tritacarne in Israele, a meno di 48 ore dal successo storico registrato alle urne il 27 ottobre, quando hanno conquistato 19 seggi alla Knesset, un risultato senza precedenti che potrebbe rendere i palestinesi israeliani decisivi per la formazione di un nuovo governo. Con loro, nel mirino finiscono anche il Qatar e la Turchia che, secondo le denunce del Likud, il partito del primo ministro Benjamin Netanyahu, avrebbero oleato la macchina elettorale degli arabi israeliani, interferendo sul voto tramite mazzette e fondi esteri. Per fare chiarezza, su sollecitazione della Commissione elettorale, a sua volta allertata dal Likud, lo Shin Bet (il servizio di intelligence interna) ha aperto un’inchiesta per «sospetti di interferenze straniere e finanziamenti illeciti volti a influenzare il voto della comunità araba alle ultime elezioni».
Come se non bastasse il caos per un’elezione che non ha prodotto alcuna maggioranza, Israele assiste a un braccio di ferro politico e giudiziario dirompente, che chiama in causa politica, servizi segreti e Paesi stranieri. Con l’obiettivo dichiarato del partito di Netanyahu: contestare il risultato elettorale, tramite l’accusa a Lista Unita e Ra’am, i movimenti che si sono candidati a rappresentare gli arabi d’Israele alle urne, di aver «rubato le elezioni».
L’indagine nasce proprio dalla denuncia del Likud, confermato primo partito alla Knesset, ma privo della maggioranza per poter governare insieme al blocco di destra che lo sostiene. In base alle segnalazioni del movimento, a inquinare il voto sarebbero state «migliaia di buste contenenti denaro contante e schede del partito arabo israeliano Ra’am», sarebbero state «minacce e violenze nei confronti dei membri dei seggi elettorali, la presenza di più persone dietro la cabina elettorale, casi di doppio voto; discrepanze tra il numero di buste e quello degli elettori, utilizzo di software illegali per la mobilitazione del voto, e altro ancora». Pur precisando di non poter confermare la fondatezza delle accuse, il presidente della Commissione elettorale centrale israeliana, il giudice Noam Sohlberg, ha chiesto al capo dello Shin Bet, David Zini, di indagare e di ricevere eventuali risultati entro una settimana, spiegando che sono stati portati alla sua attenzione «gravi sospetti di indebite influenze sul voto».
Eppure, mentre la polizia promette di «indagare su ogni sospetto» e arresta 4 persone per compravendita di voti, fonti interne fanno sapere che «non ci sono prove a sostegno delle denunce». E lo Shin Bet invita alla calma chiedendo che «non si accusi un intero settore della popolazione». Il Qatar, chiamato in causa, rigetta «in modo categorico le accuse», che definisce «ridicole e pericolose», poi sottolinea il ruolo di «mediatore per la pace nella regione» e chiede di non diventare «il capro espiatorio di politici israeliani».
Interviene anche il capo dello Stato, Isaac Herzog, chiedendo di «non infangare un’intera comunità». Il partito Ra’am denuncia «l’incitamento all’odio degli arabi» da parte di Netanyahu, ricordando che il premier «impiega agenti qatarioti nel suo ufficio». Il leader di opposizione, Gadi Eisenkot, chiede di non strumentalizzare politicamente le accuse e di non ostacolare il giuramento della nuova Knesset previsto il 10 novembre. Per l’alleato Yair Golan, leader dei Democratici, «Netanyahu delegittima la volontà del popolo, in particolare degli arabi». I falchi della destra, Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, spingono rispettivamente per un’indagine sui leader dei partiti arabi e il loro arresto. È caos in Israele.
