Il «Serpente» era il nome di battaglia di Hashim Thaçi ai tempi dell’Esercito di liberazione del Kosovo. Ieri a L’Aja l’hanno condannato a 25 anni di carcere per crimini di guerra, durante il conflitto per l’indipendenza, assieme ad altri tre pezzi grossi dell’Uck. Una sentenza che dimostra come non solo i serbi si siano sporcati le mani di sangue nel collasso dell’ex Jugoslavia. Inaccettabile per molti kosovari albanesi, che sono scesi in piazza in migliaia cercando di prendere d’assalto la sede a Pristina di Eulex, la missione dell’Ue che fra i vari compiti ha indagato sui crimini dell’Uck. E ha portato alla creazione delle Camere specializzate per il Kosovo, il tribunale con sede a L’Aja, che ha condannato Thaçi, ex presidente del Paese. Oltre a Kadri Veseli, Rexhep Selimi e Jakup Krasniqi, rispettivamente a 18, 13 e 25 anni di carcere, che facevano parte dello Stato maggiore dell’Uck. L’accusa ne aveva chiesto 45 per la detenzione arbitraria di 385 persone, trattamenti crudeli contro 49, altre 303 torturate e 96 uccise durante la guerra con la Serbia alla fine degli anni Novanta. Thaçi «era a conoscenza» dei crimini commessi dai miliziani dell’Uck, in maggioranza albanesi, identificati come «oppositori o collaborazionisti» ha dichiarato il giudice Robert Smith III.
Oggi ha 58 anni e si era dimesso dalla presidenza del Kosovo nel 2020 consegnandosi a L’Aja, assieme agli altri imputati. Ieri ha ascoltato impassibile la sentenza di condanna a 25 anni per omicidio, tortura e detenzione arbitraria, spesso in condizioni disumane. I comandanti dell’Uck presenteranno appello, ma sono stati assolti, per insufficienza di prove, dall’accusa di crimini contro l’umanità. La lettura della sentenza è stata seguita su un maxischermo nella principale piazza di Pristina piena di gente. Giovani che gridavano «Uck, Uck», veterani con la mimetica e i baschi rispolverati dalla naftalina e il simbolo con l’aquila albanese in mezzo alle bandiere del disciolto Esercito di liberazione. Su uno striscione: «In nome del popolo, dichiarateli innocenti». Dopo la condanna è scoppiata la protesta al grido «la libertà non si può imprigionare». Centinaia di manifestanti si sono diretti verso la sede di Eulex presidiata dalle forze antisommossa cominciando a lanciare pietre, pezzi di pavimentazione, bottiglie e fuochi d’artificio. Alla missione europea sono impiegati anche un pugno di carabinieri e personale della Guardia di Finanza e del ministero della Giustizia. Altri tafferugli sono scoppiati davanti al palazzo del governo kosovaro, ma il primo ministro, Albin Kurti, ha parlato di «ingiustizia inaccettabile». Il Kosovo rischia di infiammarsi oltre 25 anni dopo la vittoria dell’Uck.
