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Politica estera

Tra i 5 scenari l’unità nazionale. Ma si rischia pure il ritorno alle urne

Trentotto liste, soglia di sbarramento fissata al 3,25% per un sistema proporzionale puro a lista bloccata

TOPSHOT - A man casts his ballot to vote at a polling station in the Arab-Israeli town of Umm al-Fahm on October 27, 2026, on the day of Israel's legislative election. Israelis began voting on October 27 in the first general election since Hamas's October 7, 2023 attack, with voters to deliver their verdict on Prime Minister Benjamin Netanyahu and the country's rightward drift. (Photo by Ahmad GHARABLI / AFP)

Il primo ministro con 19 anni di potere alle spalle contro l’ex capo di Stato maggiore con 40 anni di servizio nelle Forze Armate. Il figlio della borghesia intellettuale contro il figlio di immigrati marocchini. Il capo di governo a caccia della «vittoria totale» sui nemici contro il generale che alla forza «sproporzionata» (dottrina Dahiya) vuole combinare obiettivi politici definiti. Israele va alle urne per il rinnovo della 26esima Knesset, il Parlamento. La sfida principale, a tre anni dal massacro del 7 ottobre, si consuma fra il premier più longevo della storia dello Stato ebraico, Benjamin Netanyahu, 77 anni, leader del Likud (centrodestra) con una storia cinquantennale, e l’ex capo dell’esercito Gadi Eisenkot, 66 anni, a capo di Yashar (centro), nato appena un anno fa. I due partiti si contendono il primo posto nelle elezioni generali a cui sono chiamati oltre 7 milioni di israeliani, in un Paese spaccato fra i pro-Bibi, i sostenitori di Netanyahu, e gli anti-Bibi, che vorrebbero far calare il sipario sul primo ministro accusato di non essersi mai assunto la responsabilità della strage del 2023.

Trentotto liste, soglia di sbarramento fissata al 3,25% per un sistema proporzionale puro a lista bloccata. In assenza di una maggioranza assoluta (61 seggi sui 120 totali), ai partiti in testa serve allearsi per poter governare. Non è detto che si riesca. Anche perché a fare da ago della bilancia potrebbe essere la minoranza arabo-israeliana composta da Ra’am (Lista Araba Unita), guidata da Mansour Abbas, e dalla Lista Unita (Hadash, Ta’al e Balad) del giurista Yousef Jabareen. Sia Netanyahu che Eisenkot hanno escluso un accordo post-elettorale.

Cinque gli scenari possibili. Il primo riguarda la nascita di una nuova coalizione a guida Netanyahu, con l’aiuto di partiti minori e dell’ultradestra ortodossa Shas e Giudaismo Unito della Torah (Utj), con inoltre Potere ebraico di Ben Gvir e Sionismo religioso di Bezalel Smotrich. Il secondo scenario vede l’affermazione della coalizione anti-Netanyahu, che unisce Yashar di Eisenkot al partito di Naftali Bennett e Yair Lapid (il centro liberale di B’Yachad, Insieme) oltre al partito di Avigdor Lieberman (Yisrael Beytenu, Israele Casa nostra) e ai Democratici di Yair Golan (sinistra), unici disposti ad aprire agli arabi. In assenza di maggioranza assoluta, ipotesi molto probabile, la terza strada è un governo di minoranza a guida Eisenkot con l’astensione o l’appoggio esterno degli arabi-israeliani, ma la destra laica potrebbe rifiutarla. La quarta ipotesi? Se i conti non tornano, si potrebbe aprire la strada a un governo di unità nazionale. L’ultimo risale al 2020 (Likud con Blu e Bianco di Gantz), ma è durato appena un anno. Nel 2023 è stata la volta del governo di «emergenza nazionale» nato dopo il 7 ottobre, ma sia Eisenkot che Gantz, dopo otto mesi, hanno deciso di tornare all’opposizione. Da qui si arriva al quinto scenario: il blocco istituzionale e nuove elezioni. Tra il 2019 e il 2022 è successo ben cinque volte in Israele. L’incubo potrebbe ripetersi.

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