«Tulle donne di Trump», titolavano i media quando il presidente annunciava quotidianamente le nomine che sarebbero andate a comporre la sua nascente amministrazione. Da allora si sono succeduti una serie di licenziamenti, allontanamenti volontari, dimissioni più o meno spontanee. Tutte al femminile. L’ultima «amazzone trumpiana» che ha visto il proprio nome accostato all’ipotesi di un’uscita anticipata è Susie Wiles, la potente capa di gabinetto della Casa Bianca, che secondo Politico sarebbe finita nel mirino del tycoon, dopo che Trump avrebbe raccolto i pareri di consiglieri e alleati che avrebbero mostrato il pollice verso. Si tratta di «assolute fake news», ha subito smentito il presidente.
Eppure, solo il fatto che queste voci circolino, peraltro riguardo una delle «poche adulte nello Studio Ovale», come spesso viene definita la capa dello staff, è indicativo del clima che si respira alla Casa Bianca in vista della concreta possibilità di perdere malamente le elezioni di midterm.
Due giorni prima, Trump aveva dimissionato l’ambasciatrice in Grecia Kimberly Guilfoyle, ex fidanzata di suo figlio Donald Trump jr, finita al centro di uno scandalo per avere chiesto soldi in cambio di favori a un donatore dello stesso presidente. A darne l’annuncio, la nuova portavoce della Casa Bianca, Katie Zacharia, che presto potrebbe fare le valigie per avere mentito sulla propria qualifica di avvocato. Come rivelato dal Wsj, Zacharia non ha mai superato l’esame di abilitazione.
Zacharia aveva a sua volta preso il posto di Karoline Leavitt, che in estate aveva annunciato un passo indietro per dedicarsi alla famiglia, forse anche stremata dal dovere difendere quotidianamente un’amministrazione sempre più schiacciata sotto il peso di sondaggi negativi.
Prima ancora, c’erano state altre uscite eccellenti. La prima, quella di Kristi Noem, segretaria alla Sicurezza interna, licenziata a marzo, dopo le polemiche suscitate dalle pratiche violente dell’Ice, l’agenzia anti immigrazione e per un uso autopromozionale dei fondi del dipartimento. Il mese successivo, ad aprile, Trump aveva rimosso la sua ministra della Giustizia Pam Bondi, dopo la disastrosa gestione degli «Epstein Files». Sempre ad aprile, via anche la segretaria al Lavoro Lori Chavez-DeRemer, accusata di avere una relazione con un membro della sua security e di un uso poco trasparente dei fondi pubblici. A maggio era toccato invece a Tulsi Gabbard, direttrice della National Intelligence, dimessasi per stare al fianco del marito affetto da una grave malattia. In realtà, Gabbard era da mesi entrata in rotta di collisione con Trump per la sua contrarietà alla guerra contro l’Iran.
