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Politica estera

Una “città-spugna” contro le inondazioni: così l’Asia vuole combattere il clima estremo

Sempre più Paesi asiatici puntano su parchi, bacini e spazi verdi per assorbire le piogge estreme e ridurre il rischio di alluvioni

Filippine

Le città asiatiche cercano nuove soluzioni per difendersi dalle inondazioni provocate dalle piogge monsoniche e dagli eventi climatici estremi. Accanto alle soluzioni più tradizionali, come dighe e pompe idrauliche, si fa strada il modello delle città-spugna, ovvero città progettate per assorbire, trattenere e rilasciare gradualmente l’acqua piovana, riducendo la pressione sulle reti di drenaggio urbane. Ecco come funzionano e chi le sta implementando.

L’esperimento delle Filippine

Le Filippine sono tra i Paesi che intendono puntare su questo approccio. Come ha spiegato in un lungo approfondimento la testata Nikkei Asia, il governo di Manila sta lavorando a un piano per realizzare una rete di città-spugna dopo le gravi alluvioni che hanno colpito il Paese.

A settembre il presidente Ferdinand Marcos Jr. ha annunciato l’avvio del piano generale contro le inondazioni, con la società di ingegneria olandese Haskoning che ha presentato uno studio di fattibilità per introdurre sistemi di raccolta e stoccaggio dell’acqua nella capitale.

Il progetto prevede una prima fase sperimentale in cinque siti, selezionati tra 39 aree vulnerabili, con il sostegno finanziario della Banca asiatica d’investimento per le infrastrutture. L’obiettivo è avviare i lavori a partire dal 2027, per poi estendere gli interventi ad altre zone metropolitane.

La necessità di accelerare è emersa con particolare evidenza nell’agosto 2026, quando le piogge monsoniche hanno investito la regione di Luzon centrale, coinvolgendo circa otto milioni di persone e provocando danni a infrastrutture e agricoltura per oltre 8,4 miliardi di pesos, pari a circa 134 milioni di dollari.

Come funzionano le città-spugna

La novità consiste nel ripensare gli spazi urbani affinché possano diventare parte della difesa contro le alluvioni. Invece di affidarsi esclusivamente a grandi opere, il modello prevede migliaia di interventi diffusi: abbassare alcuni bordi stradali per convogliare l’acqua lontano dalle abitazioni, creare aree di accumulo nei parchi e realizzare serbatoi sotterranei sotto le carreggiate.

Gli spazi pubblici possono così svolgere una doppia funzione: essere utilizzati normalmente e trasformarsi in bacini temporanei durante i temporali più intensi. Secondo Karel Heijnert, responsabile del progetto per Haskoning, le sole pompe non bastano a gestire volumi eccezionali di precipitazioni, soprattutto nelle metropoli densamente popolate. L’acqua può infatti rimanere nelle strade per ore o giorni, con conseguenze sulla mobilità, sulle abitazioni e sulle attività economiche. Il principio delle città spugna punta quindi a restituire spazio all’acqua prima che questa si accumuli nei quartieri più esposti.

Dalla Thailandia alla Cina: gli esempi da seguire

Un esempio concreto arriva dalla Thailandia, dove il Benjakitti Forest Park di Bangkok è stato completato nel 2022. Progettato con l’obiettivo di integrare natura e infrastrutture urbane, il parco può raccogliere milioni di litri di acqua piovana, contribuire alla sua depurazione naturale e rilasciarla in modo controllato.

Soluzioni basate sullo stesso principio sono presenti anche in Cina e a Singapore, mentre nei Paesi Bassi le aree alluvionali lungo il Reno possono essere utilizzate per attività agricole e ricreative nei periodi asciutti e liberate per accogliere l’acqua quando aumenta il rischio di piena.

Il modello non garantisce tuttavia l’assenza di alluvioni: anche il parco di Bangkok, per quanto utile, non è sufficiente da solo a proteggere un’intera metropoli da precipitazioni eccezionali. La sfida è combinare interventi naturali, pianificazione territoriale e infrastrutture tradizionali, adattando le soluzioni alle caratteristiche di ciascun centro urbano.

Ostacoli da superare

La diffusione delle città spugna dovrà fare i conti anche con ostacoli economici, amministrativi e politici. A Manila, le controversie sulla proprietà dei terreni, la concorrenza con nuovi progetti immobiliari e i ritardi nelle opere pubbliche rischiano di rallentare l’attuazione del piano.

Il problema riguarda molte metropoli asiatiche, dove la crescita urbana ha ridotto gli spazi permeabili e aumentato la quantità di superfici impermeabili, rendendo più difficile assorbire le precipitazioni. Per questo la strategia non può limitarsi a costruire nuovi bacini: richiede regole urbanistiche, coordinamento tra amministrazioni e investimenti costanti.

Con i monsoni sempre più difficili da gestire e le città esposte a rischi crescenti, l’Asia deve tuttavia sbrigarsi a passare da un approccio basato soprattutto sul contenimento dell’acqua a uno che impari anche a raccoglierla e gestirla.

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