Il D-Day economico evocato dagli Stati Uniti per strozzare l’Iran, e indirettamente colpire anche la Cina, principale partner commerciale degli ayatollah, non ha affatto spaventato Xi Jinping. Pechino ritiene infatti di poter giocare diversi jolly per rendere vana la mossa di Donald Trump, a partire dal blocco delle forniture di Terre Rare fondamentali per alimentare l’industria tecnologica, compresa quella statunitense. In ballo c’è poi il mantenimento della fragile tregua economica raggiunta da Trump e Xi. Un’entrata a gamba tesa di Washington su Teheran che sfiori anche gli interessi del Dragone rischia di ribaltare l’intero tavolo diplomatico: prospettiva nefasta a poche settimane dal viaggio del leader cinese alla Casa Bianca.
La strategia Usa: via all’Operation Economic Outcast
Le nuove sanzioni sbandierate dal Segretario al Tesoro Usa Scott Bessent contro l’Iran rientrano in una strategia soprannominata dalla Casa Bianca Operation Economic Outcast: Total Isolation of the Iranian Regime e descritta come “una campagna senza precedenti per recidere ogni ancorante fonte di sostentamento economico della Repubblica Islamica dell’Iran”. Il piano, in sostanza, prevede il blocco di ogni singola transazione di denaro verso Teheran, inclusi i fiumi di yuan cinesi. “Si tratta di un’operazione prolungata per far crollare ogni singola opzione per l’Iran”, ha spiegato Bessent.
Il New York Times ha criticato l’operazione mettendo in luce molteplici errori sistemici effettuati dall’amministrazione Trump. Primo: perché, se era possibile imporre simili sanzioni contro l’Iran, non sono state adottate prima che The Donald ordinasse un intervento militare, per altro mettendo in luce non pochi limiti della macchina militare statunitense?
Secondo: considerando che la Cina, nel 2025, ha acquistato oltre l’80% delle esportazioni petrolifere iraniane, l’amministrazione Trump è disposta a rischiare un altro scontro diretto con Pechino, con cui è già in disaccordo su temi quali l’intelligenza artificiale, Taiwan, l’espansione del nucleare e l’economia?
I jolly di Xi Jinping
Per il quotidiano cinese Global Times ci sono pochi dubbi: “Gli Stati Uniti hanno scelto la strategia sbagliata per sanzionare l’Iran”. “Attraverso le sanzioni secondarie gli Usa non si limitano a decidere “con chi fare affari”, ma tentano di dettare agli altri Paesi del mondo “con chi possono fare affari”, ha proseguito la testata.
“La Cina farà tutto il necessario per salvaguardare con fermezza i propri diritti e interessi”, ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, criticando quelle che ha definito “sanzioni unilaterali illecite prive di fondamento nel diritto internazionale”. Questa, dunque, è la posizione di Pechino.
Al netto di un’evidente irritazione – la mossa americana ha spazientito il governo cinese, che negli ultimi mesi ha inviato emissari a Washington per preparare il terreno in vista dell’imminente incontro tra Xi e Trump - il Dragone ha diverse ragioni per pensare di poter resistere all’operazione statunitense contro l’Iran.
Una delle principali motivazioni per cui le nuove sanzioni contro l’Iran potrebbero ritorcersi contro gli Usa è che la Cina è in grado di interrompere la fornitura di minerali critici destinata alle aziende americane, compresi i produttori di armamenti le cui riserve si sono esaurite a causa della guerra.
Bisogna poi considerare un altro aspetto: il gigante asiatico ha accumulato scorte di petrolio sufficienti per diversi mesi e ha aumentato gli acquisti di oro nero dalla Russia proprio per compensare la riduzione dei flussi petroliferi attraverso lo Stretto di Hormuz.
La tregua con la Cina a rischio?
Ci sono due ulteriori aspetti da non trascurare. Innanzitutto, interrompere l’accesso della Cina al petrolio iraniano a prezzo scontato potrebbe costringere Pechino ad acquistare più petrolio altrove, facendo aumentare i prezzi globali della preziosa risorsa. E ancora: più gli Stati Uniti sono concentrati in Medio Oriente, più il Dragone sarà capace di proiettare la propria potenza in Asia senza particolari ostacoli lungo il percorso. Gli Usa devono quindi risolvere un rebus del genere: isolare economicamente l’Iran cercando però al contempo di mantenere stabili le relazioni con la Cina.
La sensazione è che nessuna delle due parti, né quella cinese né quella americana, voglia far saltare il meeting Trump-Xi per via dell’Iran. Ali Wyne, consulente senior per le relazioni Usa-Cina presso l’International Crisis Group, ha spiegato all’Associated Press che il significato dell’annuncio statunitense “dipende da quanto fermamente il presidente Trump sia disposto a farlo rispettare”. “Nonostante le minacce di gravi conseguenze economiche per i Paesi che intrattengono rapporti con l’Iran, finora (Trump ndr) ha sostanzialmente chiuso un occhio nei confronti della Cina”, ha aggiunto l’analista.
Dal canto suo, la Cina ha fatto sapere che ulteriori sanzioni “non contribuiranno a risolvere il problema” e che “non faranno altro che aggravare le tensioni e inasprire la situazione, senza giovare a nessuno”. Lo scorso maggio Pechino ha vietato qualsiasi riconoscimento, applicazione o conformità alle sanzioni statunitensi contro le aziende nazionali coinvolte nel commercio di petrolio iraniano. Prima di incontrarlo di nuovo, dunque, Xi è pronto a sfidare Trump fino all’ultima sanzione.
