Non è il tema dei dazi né quello della guerra degli Stati Uniti con l’Iran né la conseguente crisi energetica innescata sui mercati mondiali, e nemmeno la questione dei minerali strategici a dominare la vigilia della «storica» visita di Xi Jinping a Washington. Almeno a giudicare dai media Usa, sarà invece l’Intelligenza Artificiale a impegnare Donald Trump e il leader cinese nel loro faccia faccia nello Studio Ovale.
Xi atterrerà alla base Andrews, in Maryland, domani sera, accolto personalmente dal presidente Usa. Un evento raro, a testimonianza dell’importanza che la Casa Bianca attribuisce a questa visita di Stato. Il leader cinese metterà piede a Washington, a dieci anni dalla sua ultima presenza, accompagnato da indiscrezioni sul suo stato di salute. È il Wall Street Journal a riferire che Xi avrebbe rinunciato all’ultimo momento alla cena di gala dei leader dei Brics, a New Delhi, il 12 settembre, perché non si sentiva bene.
L’assenza alla cena aveva già alimentato una raffica di speculazioni, al punto che nei giorni successivi era circolata l’ipotesi secondo cui Xi era stato colpito da un ictus ischemico e trasferito d’urgenza a Pechino. Quel che è certo, è che la Cina non ha interesse a rallentare la sua corsa all’IA, sia per la centralità che la nuova tecnologia sta assumendo nell’economia nazionale, sia per la necessità di colmare il «gap» che ancora la separa dagli Stati Uniti.
Per quanto riguarda gli Usa, gli allarmi lanciati da alcuni big del settore, da Dario Amodei di Anthropic a Sam Altman di OpenAI fino a Elon Musk hanno riacceso il dibattito sui rischi di uno sviluppo troppo accelerato della nuova tecnologia. Rischi bollati come «bufale» dal presidente americano, nonostante anche all’interno del mondo Maga si sono levate voci di dissenso. Come quella di Steve Bannon, che ha recentemente unito le forze col senatore progressista Bernie Sanders per denunciare i pericoli derivanti da un possibile sopravvento dell’IA sugli esseri umani.
Quanto all’avversione sempre più bipartisan, in tutti gli Stati Uniti, alla costruzione degli enormi ed energivori data center necessari ad alimentare l’IA, Trump ha accusato gli oppositori di volere riportare indietro le lancette dello sviluppo tecnologico ed economico, a vantaggio della Cina. Anche per il presidente americano ci sarebbe la necessità di mantenere alto il livello degli investimenti nell’IA, che non solo stanno trainando i ripetuti record di Wall Street, ma che secondo diverse stime valgono attualmente dal 2,8 all’8,2 per cento del Pil americano.
Non solo. Secondo il Washington Post, al pari di altre industrie che stanno beneficiando della «spinta» di Trump, come quella delle criptovalute, il presidente e la sua famiglia avrebbero interessi diretti nella nuova tecnologia: ingenti investimenti personali in Nvidia e Apple; pacchetti azionari di colossi tecnologici come Microsoft e Amazon; la partecipazione di Donald Trump jr alla società di venture capital 1789 Capital che finanzia startup di intelligenza artificiale; gli investimenti di Eric Trump in aziende di robotica e IA applicata alla difesa. Altra questione calda nel vertice tra Trump e Xi, sarà quella della vendita di armi Usa a Taiwan. Il presidente cinese probabilmente continuerà a premere affinché Washington congeli la prevista vendita per 14 miliardi di dollari di materiali e armamenti all’isola.
Per fare leva su Trump, ha anticipato il New York Times, Xi potrebbe minacciare ulteriori restrizioni sulle esportazioni di terre rare cinesi e perfino rinunciare alla partecipazione al G20 dei capi di stato e governo a Miami a dicembre. Da parte sua, in cambio di un rinvio della vendita di armi a Taiwan, Trump potrebbe chiedere a Xi di fare pressioni su Teheran affinché riapra lo Stretto di Hormuz.
