Nostro inviato a Bruxelles
L’asse con Vladimir Putin è stato la goccia che ha fatto traboccare un vaso in verità già colmo, visto che è ormai da tempo che a Palazzo Chigi hanno ben chiaro come e quanto sia imprevedibile e fuori controllo Donald Trump. Questa volta, però, Giorgia Meloni decide di non muoversi con la consueta cautela, con buona pace di quel rapporto transatlantico su cui ha molto investito negli anni scorsi e che ha sempre provato a salvaguardare. Un’altra era geologica. Perché ieri, nelle sue comunicazioni in Parlamento in vista del Consiglio europeo in programma oggi e domani a Bruxelles, la premier è andata dritta come forse mai aveva fatto prima. E non ha solo criticato l’inquilino della Casa Bianca per il «rischioso» patto sul diesel con Mosca che di fatto «legittima» il Cremlino, ma ha pure puntato il dito contro la guerra in Iran decisa unilateralmente da Stati Uniti e Israele, perché è a quel conflitto che «è dovuta l’impennata dei prezzi del carburante», non certo alla guerra in Ucraina.
Una Meloni che sostanzialmente prende atto di quanto sia ormai complesso per l’Europa relazionarsi con Washington secondo schemi che l’amministrazione Trump ha di fatto archiviato. Non è un caso che nella bozza delle conclusioni del Consiglio Ue che circola a Bruxelles sia presente un passaggio dove i Ventisette si «rammaricano» della decisione degli Stati Uniti di «revocare temporaneamente le sanzioni sul diesel russo», ribadendo che l’Ue «resta determinata ad aumentare ulteriormente la pressione sulla Russia affinché ponga fine alla sua brutale guerra di aggressione e avvii negoziati concreti verso la pace».
Così, Meloni auspica l’unità dei partner europei proprio per far fronte ai contraccolpi della spericolata politica della Casa Bianca. Perché l’obiettivo è agire insieme per contrastare il caro energia e una spirale inflattiva che sta colpendo tutta l’Ue. La priorità, insomma, è agire assieme anche per bilanciare l’iniziativa di Trump sul gasolio russo. Una presa di posizione netta e che gli vale il plauso pubblico di Volodymr Zelensky.
E proprio il presidente ucraino è atteso domani a Bruxelles per aprire la sessione del Consiglio che si occuperà dei rapporti tra Ue e Kiev e di come arginare il conflitto sia dal punto di vista diplomatico che sul campo. E in questo senso le mosse dell’amministrazione americana hanno riportato sul tavolo delle istituzioni europee l’annosa questione della nomina di un inviato dell’Ue per l’Ucraina, una figura che possa parlare a nome di tutti i Ventisette, imprimendo più forza alla posizione negoziale dell’Unione. Un fronte su cui Meloni si spende da tempo, spesso critica con i diversi formati che di volta in volta si sono succeduti e convinta da più di un anno della necessità di indicare una personalità che possa rappresentare tutta l’Ue al tavolo negoziale tra Kiev e Mosca. Una questione tornata alla ribalta nell’ultima settimana proprio alla luce dell’inattesa mossa di Trump sul diesel. Un accordo, è la convinzione di Palazzo Chigi, che economicamente non avrà grandi ricadute, ma che ha invece un «peso politicamente enorme». Al punto che ora - filtra da Bruxelles - è lo stesso Zelensky a chiedere un’accelerazione sull’inviato Ue. Se ne parlerà domani, anche se non si arriverà a una decisione finale, ma ci si limiterà a un primo confronto sull’identikit. E in pole position resta il presidente del Consiglio Ue Antonio Costa.
