Un caccia Eurofighter italiano colpito e danneggiato nella base saudita di Taif. E la nostra Marina Militare pronta a schierarsi nello stretto di Bab El Mandeb. Siamo in guerra con l’Iran e con i suoi alleati Houthi? No, o almeno non ancora. Di certo, però, i nostri militari hanno il dovere di difendere l’interesse nazionale. Un interesse che coincide con l’economia delle famiglie, con gli scambi commerciali e con la sopravvivenza dei porti italiani.
Il perché è presto detto. Partiamo dal fronte oggi più caldo ovvero quello saudita. La «Task Force Air Arabia» messa in piedi lo scorso marzo inviando aerei, intercettori anti-missili e 400 uomini dell’Aeronautica tra le sabbie saudite, rappresenta un caposaldo essenziale per la difesa degli interessi energetici del nostro paese. Nel campo dei prodotti raffinati Riad è un partner commerciale di primo piano. Nel 2025 la gran parte delle importazioni per oltre 2.822 miliardi di euro provenienti dal Medioriente erano di origine saudita. Dati diventati ancora più importanti nel 2026 in seguito agli aumenti del prezzo del gasolio e alla sua scarsa disponibilità sui mercati internazionali. Ma anche sul fronte del greggio gli interessi italiani sono cruciali. Nel 2025 acquistavamo dai sauditi circa 3,4 milioni di tonnellate di greggio, circa la metà delle 6,5 tonnellate complessive provenienti da giacimenti mediorientali. Quei dati subiscono un autentica impennata dopo gli attacchi americani e israeliani a Teheran e le successive rappresaglie contro i paesi del Golfo. Nei primi cinque mesi del 2026 le importazioni di greggio saudita raggiungono i due milioni di tonnellate con un aumento del 64,7% rispetto allo stesso periodo del 2025. Una quota che continua ad aumentare nei mesi successivi. E non a caso.
La disponibilità italiana a contribuire alla difesa delle infrastrutture saudite ci garantisce un accesso privilegiato alle forniture di Riad. Forniture che dopo il blocco di Hormuz sono fra le poche a funzionare. Mentre il gas liquido e il petrolio di Qatar, Emirati Arabi e Bahrein fanno i conti con gli attacchi iraniani e la chiusura dello stretto i sauditi possono sfruttare le condutture di Petroline, l’oleodotto di 1.201 chilometri che congiunge i pozzi di Abqaiq sul versante orientale del paese al terminal di Yanbu sulle coste Mar Rosso. Questo fa capire perché l’Italia ha tutto l’interesse a difendere non solo le infrastrutture energetiche di Riad, ma anche i transiti del Mar Rosso. La recente avanzata dei ribelli Houthi, alleati di Teheran, nel sud dello Yemen con la conquista del porto di Mokha e dell’isola di Perim minaccia non solo i traffici commerciali diretti da Bab El Mandeb verso Suez e il Mediterraneo, ma anche le petroliere saudite che caricano greggio nel terminal di Yanbu. E con esse una quota importante delle forniture destinate all’Italia.
Ma il risiko del Mar Rosso mette a rischio anche i settori commerciali e portuali dell’Italia. Il periplo dell’Africa oltre a comportare costi molti più elevati rispetto al transito da Suez spinge le navi commerciali ad evitare i porti del Mediterraneo per attraccare, invece, negli scali del Nord Europa. Questo oltre a comportare un aggravio di costi per tutte le merci destinate al nostro paese finirebbe con il causare seri danni ai porti italiani abituati a lavorare con le merci transitate da Suez. Per tutte queste ragioni esser presenti in Arabia Saudita e difendere le rotte commerciali del Mar Rosso significa oggi difendere l’economia del nostro Paese e delle nostre famiglie.
