Il terrorismo palestinese e la mafia avevano un accordo. C’è un filo mai emerso che attraversa Beirut, Damasco e Palermo. Passa per il terrorismo palestinese di Abu Nidal, per i traffici internazionali di armi e droga e arriva fino alle carte raccolte dagli apparati italiani mentre investigavano sugli omicidi del generale Carlo Alberto dalla Chiesa e del giudice istruttore Rocco Chinnici. Un intreccio che emerge da documenti oggi consultabili dopo le operazioni di declassificazione e versamento agli Archivi di Stato e che, quarant’anni dopo, assume un significato storicamente impattante. La direttiva del 22 aprile 2014 del governo Renzi dispose il versamento straordinario della documentazione relativa alle principali stragi italiane dal 1969 al 1984. Una delle carte porta la data del 9 novembre 1983. Proviene dal «Centro C.S. Roma 3» e ha come oggetto «Notizie di fonte compiacente dell’Arma».
Il documento trasmette alla Prima Divisione un appunto proveniente dal Reparto operativo dei Carabinieri di Roma e precisa che gli argomenti erano già stati affrontati durante una riunione del 21 ottobre 1983 presso il capo del Reparto operativo. Il contesto è quello di un’Italia sconvolta dalle stragi mafiose. Chinnici era stato assassinato appena tre mesi prima, il 29 luglio, con un’autobomba caricata con circa 75 chili di esplosivo. Ma quell’attentato aveva una caratteristica allora inedita per Cosa nostra. L’Arcidiocesi di Palermo lo definisce ancora oggi «il primo attentato libanese di Cosa nostra», perché la devastazione di via Pipitone Federico ricordava le strade di Beirut. E «libanese» non era solo un modo di dire. Prima della strage era comparso un personaggio destinato a diventare uno dei punti più enigmatici dell’inchiesta: Bou Chebel Ghassan, cittadino libanese e confidente della polizia. La sentenza del processo Chinnici ricostruisce come Ghassan avesse fornito informazioni sui rapporti con esponenti mafiosi e sulla ricerca di armi e morfina. Pochi giorni prima dell’attentato aveva descritto una nuova modalità per eliminare magistrati o investigatori: colpire a distanza, «come fanno lì i Palestinesi». La Corte parlò dell’originalità della strage compiuta «alla maniera di Beirut».
Il secondo ponte con il Libano compare dieci anni più tardi. Il 22 giugno 1993, il Corriere della Sera pubblica da Beirut un articolo del corrispondente Antonio Ferrari dal titolo «Un ufficiale dell’Olp accusa: C’è un patto d’azione tra Abu Nidal e la mafia». Il ritaglio è tra la documentazione presente negli archivi. Ferrari raccontava le confidenze attribuite a Zeid Wehbe, uomo dell’Olp in Libano, secondo cui uomini di Abu Nidal si sarebbero infiltrarti nelle reti della mafia mettendo a disposizione competenze in materia di esplosivi e «congegni della morte», ricevendo in cambio sostegno per operazioni criminali. È un’accusa giornalistica proveniente da una fonte dell’Olp, che assume un altro peso se letta con le carte degli apparati e la traiettoria di Abu Nidal. Sabri al-Banna, questo il suo vero nome, aveva il baricentro dell’organizzazione in Siria (dopo aver ricevuto protezione nell’Iraq di Saddm Hussein) ed è il rapporto con gli apparati siriani che è centrale nelle informative italiane degli anni successivi. Ma già in quella del 1983 si legge il legame tra la mafia e terrorismo palestinese: «Nel corso degli incontri avuti con la fonte informativa, questa ha riferito notizie riguardanti sia il traffico internazionale di stupefacenti che una probabile recrudescenza dell’attività terroristica palestinese nei confronti dei Paesi occidentali che attualmente hanno contingenti di militari in Libano». E ancora: «Raffinerie sarebbero unitate a Balbaq e nella Valle della Bekaa, località libanesi da tempo sono il pieno controllo della Siria. In questa zona ci sarebbero anche esponenti della mafia siciliana, in particolare della famiglia Greco e Gambino, destinatati questi ultimi di sei fucili mitragliatori AK47, usati in Sicilia per compiere numerosi attentati. Da qui verso il 6 ottobre sarebbe partito un carico di 900 chilogrammi di morfina base destinata a Catania». Poi un altro passaggio sul terrorismo palestinese: «I palestinesi e i gruppi a loro vicini temono un duplice attacco finale in Libano, condotto da una parte dell’esercito regolare contro i drusi, dall’altra dei siriani si stringerebbero fra loro e gli israeliani. Qualora ciò dovesse verificarsi e i reparti della forza multinazionale intervenissero a fianco della armata libanese, verrebbero attaccati numerosi obiettivi americani ed europei, sia nel mondo arabo che altrove, nonché i pozzi petroliferi della zona. In particolare, la fonte ha riferito di essere a conoscenza di un attentato organizzato nei confronti dell’ambasciata americana a Roma»
Secondo la documentazione SISMI, in un’informativa del 13 gennaio 1986 recuperata grazie al lavoro della storica Giordana Terracina, Abu Nidal è descritto come collegato all’ambiente di uno dei fratelli del presidente Assad e accosta allo stesso circuito anche il terrorista internazionale «Carlos». Il documento arriva poche settimane dopo la strage di Fiumicino del 27 dicembre 1985, compiuta quasi simultaneamente all’attacco all’aeroporto di Vienna e attribuita ad Abu Nidal.
Le fonti diplomatiche americane dell’epoca ritenevano «compelling» le prove del coinvolgimento dell’organizzazione, pur indicando in quella fase un crescente sostegno libico ad Abu Nidal. Ma il quadro italiano era ancora più antico. È tra il 1982 e il 1986 che nelle carte italiane finiscono per sovrapporsi tre mondi apparentemente lontani: Cosa nostra, terrorismo mediorientale e traffici internazionali di armi e stupefacenti. E qui acquista diventa centrale il documento del 1983, in cui vengono descritti circuiti finanziari e traffici che attraversano Siria, Libia, Iran e Iraq, insieme ai rapporti con organizzazioni criminali italiane. In altre informative dello stesso filone viene affrontato anche il terrorismo palestinese e compare l’allarme per un progetto di attentato contro l’ambasciata americana a Roma. Poi c’è il denaro. Il 9 ottobre 1990, in un appunto del generale Demetrio Cogliandro, compare un capitolo dedicato alle banche arabe operanti in Italia: gli istituti avrebbero continuato a lavorare «specialmente per Tripoli, Bagdad, Damasco», sostenendo che attraverso quei circuiti transitassero operazioni connesse ai traffici di armi verso Siria, Libia, Iran e Iraq e petrodollari che, secondo la fonte dell’appunto, sarebbero poi finiti anche «in mano alle mafie e camorre per l’acquisto delle partite di narcotici». Il documento cita inoltre una banca di origine palestinese e formula accuse pesantissime sul finanziamento occulto della politica italiana.
E tutto comincia praticamente nello stesso momento in cui la mafia italiana scopre l’autobomba.
