Roma Un’ora sedute davanti a un caffè in un tavolo appartato della Caffettiera, storico bar del centro di Roma a pochi metri da Palazzo Chigi. Giorgia Meloni e Kemi Badenoch, leader del Partito conservatore britannico, si sono incontrate l’altro ieri per saldare un rapporto che si è fatto assiduo ormai dal 2023 (quando l’esponente dei Tory era ministra delle Imprese di Rishi Sunak) e fare il punto su economia, immigrazione, rapporti con l’Ue e Ucraina. Oltre che, inevitabilmente, confrontarsi su questioni di politica interna, visto che - con le dovute, enormi differenze - Italia e Regno Unito si trovano in uno scenario che oggi ha alcuni punti in comune. Da noi si voterà al più tardi nell’autunno del 2027 (ma più probabilmente in primavera), mentre gli inglesi dovrebbero andare alle elezioni generali nel 2029. E se Meloni deve fare i conti con la sfida a destra rappresentata dal leader di Futuro nazionale Roberto Vannacci, Badenoch è invece alle prese con la concorrenza di Reform UK di Nigel Farage, uno dei pionieri del populismo oltre che padre della Brexit. La corsa a destra, insomma, è un tema sensibile per entrambe. E, riferisce il quotidiano britannico The Times, nel corso del colloquio la premier avrebbe esortato la leader dei Tories a «essere sé stessa» e «mantenere la propria posizione» senza cedere alle pressioni per raggiungere intese con altre forze della destra. Un consiglio in linea con quanto Badenoch aveva dichiarato nel fine settimana, quando aveva definito un eventuale governo con Farage un «mostruoso ibrido riformista-conservatore». Consiglio che in verità la premier smentisce di aver dato. Meloni, fanno sapere fonti di FdI, non ha mai «suggerito a Badenoch di non allearsi con Reform UK», «non ha alcun motivo di ostilità verso il movimento di Farage» e «non è entrata in dinamiche politiche nazionali e nei rapporti tra partiti britannici». Che poi la premier abbia sul punto un suo personale punto di vista è fuor di dubbio, anche perché ad oggi nel Regno Unito i sondaggi danno una situazione di sostanziale parità tra i tre principali partiti - Reform, Laburisti e Conservatori sono tutti quotati tra il 23 e il 20% - e lo scenario di un pareggio è al momento il più quotato. A quel punto Badenoch e Farage dovrebbero sedersi a un tavolo per decidere il da farsi. E una situazione simile potrebbe verificarsi in Italia. Sia con l’attuale legge elettorale, sia con la nuova se tra settembre e ottobre passerà le forche caudine del Senato. Nel caso le due coalizioni non raggiungano quota 42%, infatti, il premio di maggioranza non viene assegnato e scatta il proporzionale puro. E a quel punto Meloni potrebbe trovarsi in uno scenario simile e dover valutare un accordo post voto con Futuro nazionale. Ad oggi la premier lo esclude categoricamente. Vannacci non entrerà in coalizione prima del voto e non sarà nostro alleato dopo le elezioni, va ripetendo Meloni a chi in privato gli chiede lumi sul punto. Ma nel caso davvero si arrivasse in una situazione in cui non scatta il premio, in Fdi sono in molti quelli che spingerebbero per un’intesa.

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