In ginocchio da Allah. Da Born in the Usa a Born in the islamic State. La sinistra italiana celebra la vittoria dei candidati islamisti in America, la «nuova ondata democratica» che ha subito eccitato anche i commentatori progressisti, gli stessi che alla vigilia delle Presidenziali ci spiegavano perché avrebbe trionfato Kamala e l’indomani, con la stessa tragicomica sicumera, ci hanno spiegato perché ha trionfato Donald.
A New York alle elezioni di medio termine ha vinto Aber Kawas, palestinese che in campagna elettorale brandiva la bandiera di Hamas. Nel primo tweet post-elezione non c’è traccia di quella americana. C’è quella palestinese accompagnata dalla scritta «Abbiamo fatto la storia».
Gaetano Pedullà, eurodeputato contiano, ha fatto una levataccia per celebrare il successo dei musulmani americani. Poco dopo le 6, primo tra il Campo islamico, sui social ha scritto: «L’onda degli Stati Uniti sta arrivando anche in Italia. È il momento dei progressisti. Andiamo a vincere anche qui con Conte e le forze democratiche».
Che evidentemente sono quelle per cui «l’11 settembre» - altro manifesto elettorale della palestinese Kawas - «è stata colpa del capitalismo, del razzismo, della supremazia bianca e dell’islamofobia». Pedullà è lo stesso che kefiah al collo ha posato con Mohammad Hannoun, finito in carcere con l’accusa di essere l’uomo di Hamas in Italia. Pedullà, come dimostrato dal Giornale, è stato pure protagonista dei comizi tra i seguaci di Hannoun: «So che molti di voi mi hanno votato...», ha detto dal carro dell’Associazione palestinesi in Italia.
Poi c’è Ilaria Salis, europrodigio della Bonelli&Fratoianni la quale da ex insegnante oltre ad averci insegnato in tivù l’esistenza del termine «zelanza» si è lanciata nell’analisi politica: «Sconfitta cocente per Trump, alleato-padrone degli pseudo-patrioti italiani ed europei.
Una vittoria resa possibile dalla componente socialista del Partito Democratico americano. Meloni sei la prossima!». In Colorado la componente socialista dentro ai democratici verrà rappresentata da Melat Kiros, etiope-americana secondo cui – l’ha detto all’NBC– il massacro del 7 ottobre «è stata l’inevitabile conseguenza dell’apartheid». È stato «inevitabile» anche l’11 settembre? «Inevitabile nel senso che abbiamo destabilizzato gran parte del Medio Oriente». È in giubilo pure il pro Pal Marco Grimaldi, deputato di Avs. Grande soddisfazione mentre veniva ufficializzata la vittoria in Michigan di Abdul El-Sayed, la cui famiglia è sospettata di avere rapporti con i Fratelli Musulmani: la sorellastra, negli anni di Obama, ha rivendicato il legame con l’organizzazione. Da candidato alle Primarie dem ha ricevuto finanziamenti dall’Associazione musulmana americana, nella lista nera di Texas, Florida ed Emirati Arabi per i suoi rapporti (finora presunti) con la Fratellanza. Francesca Albanese (nella foto), loro signora dei pro Pal, lo incensa: «Congratulazioni al dottor El- Sayed e a tutti i candidati che hanno sconfitto lo sforzo della lobby pro-apartheid di eleggere politici che sostengono la pulizia etnica e i crimini di Israele».
Di primo mattino sono arrivate pure le dichiarazioni del Pd. Poi è arrivata Elly: «Dentro questa vittoria a valanga ci sono alcuni risultati che raccontano tanto di quello che si sta muovendo nella società americana». Sogna di replicarla in Italia. Come il rivale Conte: «Dagli Usa un monito, possiamo davvero cambiare le cose».
Festeggiano Ilhan Omar, somala naturalizzata statunitense eletta in Minnesota.
Sull’11 settembre ha le idee chiare: «Qualcuno ha fatto qualcosa». Le parole «terrorismo islamico» le sono sconosciute, come alla sinistra italiana che per vincere le elezioni ormai si è sottomessa ad Allah. Ci sono un milione e mezzo di elettori musulmani, il 5% del totale comparati all’affluenza 2022. M5S e Avs fanno proselitismo nelle piazze. Il Pd, coi suoi sindaci, promette e realizza moschee, e inserisce intere comunità islamiche nelle liste.
Vogliono l’Italia come una grande moschea. Muezzin e pasdaran, come segnalato dal Giornale, sono al lavoro da tempo.
