Una testimonianza fiume densa di veleni e non ricordo. Che innesca l’immediata indignazione di Forza Italia e di Marina Berlusconi. «Mio nonno Filippo Quartararo fece una società con Silvio Berlusconi nel 1969-70, per investire soldi suoi e di altre persone», sono le parole del boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano, all’ergastolo per le stragi di mafia, che risuonano nell’aula del Tribunale di Firenze, dove si celebra il processo Baiardo. Scatenano la reazione della primogenita del Cavaliere e anche del partito, con Antonio Tajani, contro le accuse «infamanti e totalmente prive di attendibilità e che sono state ampiamente smentite in tutte le sedi». «Inaccettabile e sconcertante», il commento del ministro azzurro Maria Elisabetta Alberti Casellati.
Graviano parla ai pm in video collegamento dal carcere di Cagliari come teste al processo contro Salvatore Baiardo, che ne favorì la latitanza e che ora è alla sbarra per calunnia aggravata nei confronti di Massimo Giletti. E spiega che «la somma complessiva dell’investimento» sarebbe stato di «20 miliardi di lire» dell’epoca. Precisa di aver saputo di questi investimenti dopo la morte di suo padre, nel 1982, dal nonno Quartararo che tra il 1982 e 1983 gli avrebbe fatto conoscere Berlusconi. «Ci fu un incontro a Milano in un albergo con Berlusconi, io, mio nonno e mio cugino Salvo». Graviano parla poi di «una carta privata» riguardo agli investimenti, che ne avrebbe attestato l’esistenza. Ma questa carta privata non sa dove sia: «Hanno fatto la perquisizione e non l’hanno trovata. Ve l’ho detto che esiste ma non so se c’è ancora». E su questo documento «c’erano i nomi degli investitori?», chiedono i pm. «C’erano, ma non posso confermare bene. Il 20% delle ricchezze prodotte da questi investimenti sarebbero state ritornate agli investitori».
Il boss riferisce anche che nel tempo ci sarebbero stati alcuni incontri con Berlusconi. Quali? Chiedono i magistrati. «Uno ci fu prima di essere arrestato in un appartamento a Milano. C’era un residence con una piscina, era vicino a Milano». E quale sarebbe stato l’oggetto degli incontri? «I nomi delle persone da inserire nelle società in cui erano investiti i soldi». Ma la foto al centro del processo no, quella non c’è: «Non c’è mai stato un incontro fra me, Berlusconi e il generale Delfino, non ho mai conosciuto il generale Delfino. Non lo so perché Baiardo avrebbe detto la falsità della foto a Giletti».
